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Il cancro accompagna l'uomo, gli animali e le piante, in quanto organismi pluricellulari, fin dalla loro comparsa sulla terra. Ma durante tutta l'antichità è durato il rispetto dell'uomo malato, a seguito della dimostrata accelerazione del processo dopo qualsiasi intervento. Fino a quasi tutto il XIX secolo il tasso di mortalità per qualsiasi atto chirurgico si aggirava intorno alla metà degli operati, nonostante che le operazioni fossero solo esterne. Il tumore dell'utero, con migliori risultati, è stato per la prima volta trattato da Edoardo Porro milanese (1842-1902) sfruttando per il drenaggio un «setone» passante tra l'apertura nella parete addominale e il canale naturale della vagina, fino alla lenta guarigione. Poi - dopo la scoperta dell'anestesia, della antisepsi e della asepsi - è stata la valanga delle terapie chirurgiche; ma nei successivi 120 anni, e nonostante tutti i perfezionamenti tecnici e la costante diminuzione del rischio operatorio, l'intervento chirurgico, circoscritto o allargato, si limita alla ablazione del tumore, trascinandosi dietro il concetto che il cancro sia una malattia locale. Avveniva lo stesso nel XVI e XVII secolo, quando per il «cancro» di inoculazione primaria della lue (cioè il sifiloma d'ingresso) i chirurghi praticavano abitualmente - senza alcuna ribellione da parte dei pazienti - l'amputazione del pene. Chi lo facesse ancora passerebbe il resto della sua vita in carcere, vista la penicillina; tuttavia lo stesso intervento è praticato oggi - sempre senza ribellione dei pazienti - per le localizzazioni cancerose della stessa zona.
Questo modo di procedere risulta perfettamente allineato alla filosofia del presente sistema di medicina, il quale purtroppo non rappresenta tutta l'arte del guarire - anche se ne pretende il monopolio da oltre un secolo - ma semplicemente il suo filone allopatico, del quale abbiamo gia spiegato, nel capitolo 3, le origini e il perché casuale del dominio. La sua formula galenica contraria contrariis curentur le ha permesso nell'ultimo secolo di vincere quasi tutte le malattie che vengono all'uomo dall'esterno (esogene), ma non di comprendere, né quindi di curare, quelle che nascono dal suo interno (endogene). Per questo le malattie degenerative crescono esponenzialmente fino a essere i flagelli dell'umanità moderna; ed esattamente per questa sua legge l'allopatia è condannata a ignorare per sempre il mistero del cancro. Perciò dopo oltre 350 anni di indagini microscopiche, 110 di ricerca del bacillo (con qualche migliaio di scoperte illusorie, una delle quali addirittura coronata col Nobel), 70 di organizzazione sociale anticancro, 35 di organizzazione di ricerca (lo Sloan-Kettering, il famosissimo Centro, è del 1945) con illimitata disponibilità finanziaria, la malattia resta per lei tuttora un enigma.
Da molti e sempre sorprendenti punti di vista il cancro sfida gli schemi tradizionali della ricerca scientifica. È su questa linea che S. Garattini, direttore dell'Istituto M. Negri di Milano, difende la vivisezione, cioè l'utilizzazione degli animali nell'interesse dell'uomo, per risolvere rapidamente i grossi problemi sanitari della società moderna. Per molti degli altri ha forse ragione; per il cancro no, visto che per esempio il Calusterone (7ß, 17a - Dimetiltestosterone) il prodotto ormonale per anni il più attivo nel ca. mammario avanzato, non aveva dimostrato alcuna azione antitumorale negli animali da laboratorio (Gordan G. S., Halden A., Walter R. M., 1970). Questa è una felice eccezione. La regola è invece l'inverso: si perdono spesso anni e miliardi per accertare la sicurezza di un antineoplastico attivo sui ratti solo per accorgersi, dopo, che non ha alcuna efficacia sull'uomo (Tempo med., maggio 1975). Eppure è sugli animali e nelle provette che si spende la massima parte delle somme dedicate alla conquista del cancro.
Dall'inizio della sua attività nel settore della chemioterapia (1956) l'Istituto Nazionale del Cancro (U.S.A.) ha sottoposto a screening 190.000 composti di sintesi, 160.000 prodotti di fermentazione, 60.000 estratti vegetali e 12.000 biologici. La motivazione di questo gigantesco impegno finanziario è, incredibilmente, soltanto «la speranza che qualche sostanza, per avventura, abbia qualche attività antitumorale»; e difatti ne sono state setacciate circa 60, che nell'uso terapeutico hanno tuttavia dimostrato «risultati limitati» a detta degli stessi ricercatori. Chi ha analizzato il significato di questo sforzo non ha potuto fare a meno di definirlo «forse non molto scientifico, anche se redditizio» (G. A. Maccacaro); «Non sembra una grande idea» (Ch. B. Anfinsen, premio Nobel 1973); «Questa cieca rincorsa di una cura per il cancro, oggi, assomiglia a un tentativo di far arrivare l'uomo sulla Luna senza conoscere le leggi della meccanica di Newton» (S. Spiegelmann, uno dei maggiori biologi viventi, direttore della ricerca anticancro alla Columbia University di New York). Infatti gli manca, ed è purtroppo l'essenziale irrinunciabile, il possesso di una prospezione geologica esatta (cioè di una ipotesi attendibile della malattia) che deve precedere l'inizio dei lavori. L'investimento d'azzardo di una parte cosi cospicua di risorse umane (non solo economiche, ma di pensiero), dovuto al solito alibi moderno dello strutturalismo, gli fa correre l'altissimo rischio di trivellare l'anticlinale sbagliato e di trovare, diecimila metri sotto, solo un po' d'acqua salmastra invece del petrolio.
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