Advertisement
Home
Aggressione anticancro: l'approccio omicida PDF Stampa E-mail
(1 voto)
Redazione   
Monday 20 November 2006
Indice articolo
Aggressione anticancro: l'approccio omicida
Il rischio farmacologico
I danni al soma
Le radiazioni ionizzanti
Il bisturi
L'approccio personale
La «incurabilitą»

LA «INCURABILITÀ»

Abbiamo già discusso, negando validità all'opinione di M. Balint, l'opera preziosa del medico sulla sintesi psicosomatica del paziente anche terminale. Per quanto riguarda il cancro, il tabù che lo contraddistingue lo trasforma in terminale già al momento della accertata diagnosi, nonostante la perfetta salute di cui ancora gode. Se decide di affidarsi alle risorse della medicina (a differenza di sir Chichester e degli altri che l'hanno vinto meglio da soli) gli viene prospettata una via crucis di aggressioni fisiche, chimiche o chirurgiche, alla fine della quale c'è un traguardo del 30 per cento di possibili guarigioni (ben peggio insomma della terrorizzante decimazione, cioè dell'esecuzione di un soldato su dieci, usata in tutte le guerre per punire i reparti ribelli...). E talvolta, o al momento della diagnosi o ben più spesso dopo l'esperienza del calvario, la medicina allopatica si rifugia nella «incurabilità» abbandonando di fatto i malati, che non vengono più accettati dai centri specialistici e trovano solo ricetto - per pietà e per raccomandazioni - in qualche periferico ospedale generico, ad attendere tra gli spasimi la morte. Ma la incurabilità è soltanto un mito, da sfoderare a danno dei pazienti di fronte alla sconfessione della superbia iniziale. La Cina maoista lo rifiuta per motivi ideologici («La dialettica marxista ci insegna che ogni cosa è in trasformazione, compresa la conoscenza dell'uomo... così noi affermiamo che non esistono malattie assolutamente incurabili.» «Nemmeno il cancro?» chiedo. «Certo, nemmeno il cancro». Da un'intervista cinese di M. A. Macciocchi). E cosi avviene che l'approccio corretto al più grave flagello psicosomatico ci venga insegnato dal materialismo dialettico, mentre noi nella nostra vantata libertà, prigioniera e accecata dal mito, neghiamo addirittura le guarigioni presentemente eterodosse, piuttosto che indagarne razionalmente il mistero (come per esempio quelle ottenute dai ciarlatani col decotto di Vinca Peruviana, prima che, nel 1964, entrassero nell'uso scientifico i suoi alcaloidi Vincristina e Vinblastina...). Abbiamo già riportato, in precedenza, le acritiche e alogiche affermazioni di J. Bernard e di Saad Khoury a questo proposito.

Ma occorre intendersi anche sul concetto: che cosa significa «impossibilità di curare»? È quello che effettivamente fa la tronfia e disumanizzata medicina allopatica, che abbandona a se stessi i «casi» quando si permettono di non guarire a un battito di ciglia nemmeno se affetti da malattie ignote alla stessa medicina (come il cancro, fino ad ora). Ma questo atteggiamento è semplicemente la contropartita, superba anche nella sconfitta, di quella «medicina fallocentrica» (L. Ancona) che rifiuta per principio la magia dei sentimenti ed è quindi condannata alla non comprensione dell'uomo (integrato!). Per milioni di anni era medico colui che si curvava sul suo fratello sofferente e lo aiutava, donandogli amore, a combattere la sua crisi esistenziale.

Questa, di solidarietà ricambiata e di offerta dell'esperienza a mitigare le pene fisiche e morali del malato, era la cura. La guarigione ne seguiva in percentuali assi minori di adesso; ma l'esito infausto non aveva come coda degli atti legali; soltanto riconoscenza. Nei confronti del malato portatore di un cancro noi ci troviamo oggi, nonostante tutti i celebrati successi della terapia, nelle medesime condizioni dei medici del '600 in una epidemia di peste, che riuscivano ugualmente a «guarire» un ammalato su tre. La differenza con noi è che non ne andavano fieri, ma in compenso si dedicavano, con rischio personale, a curarli in tutti i modi a loro noti fino alla morte. Quante complicazioni e quanti squilibri (tossici, umorali, circolatori, psicologici) affliggono - a parte il dolore - il cancro terminale? Provvedere a queste necessità ogni giorno mutevoli del corpo e della psiche non è forse «curare»? Rifiutarsi di farlo è una vergogna, e probabilmente anche un reato; in fin dei conti l'esito di una malattia può essere anche la condizione naturale della morte (non sempre, anche se inscritta nella legge del servizio nazionale sanitario, la perfetta salute). È compito del medico, soprattutto in caso di sfavorevole evoluzione, di adoperarsi perché l'exitus sia almeno il più fisiologico possibile; perciò soprattutto un cancro non è mai incurabile anche se inguaribile.

È su questa gravissima carenza della scienza ufficiale che si innesta il fenomeno dei cosiddetti guaritori. Di solito è eccezionale - almeno nei paesi civili - che un malato si rivolga d'acchito a un guaritore o a un ciarlatano (che sono due entità enormemente diverse, anche se l'interessato equivoco concorrenziale della ortodossia medica tende a farli coincidere). In genere segue i canali ufficiali, per consuetudine e copertura assistenziale. Soltanto se resta com'è - o peggio - dopo un calvario di «cure» inutili, può cercare aiuto fuori della ortodossia. In questo caso la sua prima scelta è qualche medico eterodosso, cioè un laureato in medicina che ha superato, per personale esperienza, i limiti dogmatici della verità allopatica (omeopatico, agopunturista, chiropratico, osteopata, erborista, naturopatico...).

Solo quando per troppo lungo soffrire non gli importa più come avvenga la guarigione, ma che essa sia almeno sperata, la sua ricerca si fa totalmente extramedica e cade su qualsiasi linea dichiaratamente antiscientifica e clandestina; a questo punto, comunque vadano le cose, paziente e curante si legano di una paradossale omertà, per essere entrambi fuori legge e accomunati nel risentimento contro l'ortodossia che tradisce le sue promesse.

Il fenomeno - reale anche se scomodo - non è tipico dei ceti più bassi né delle aree depresse, laddove manca la disponibilità della scienza ufficiale. Le statistiche ne segnalano la prevalenza addirittura nelle metropoli più civili; a Parigi e a Milano, a New York e ad Amburgo, in media uno su cinque pazienti è ricorso alle attuali linee eterodosse dell'arte del guarire; e talvolta è guarito. A noi interessa soprattutto il significato di queste guarigioni. Esso nasce dal fatto, semplice ma fondamentale, che al contrario dell'allopatia nessuna delle tante suddivisioni (lecite o no) dell'«altra medicina» ha respinto o dimenticato l'uomo. Nei casi estremi - scomparsa qualsiasi validità dell'agire - resta soltanto il nudo contatto umano tra chi soffre e chi accetta di interessarsi alla sua sofferenza. E nonostante tutto talvolta basta questo sentimento (catalizzato dall'autosuggestione) a far guarire ciò che l'allopatia era riuscita solo a peggiorare. Ma «questo sentimento» è semplicemente l'amore, che Paracelso sosteneva essere «il quarto pilastro del tempio della medicina»; quell'amore che i guaritori stessi o i loro moderni studiosi (R. Beard, G. de la Warr, B. Woods, W. Weatherhead, o il nostro Francesco Racanelli, che era entrambe le cose) sostengono essere il fattore più attivo dei loro successi terapeutici. Ed è sempre quell'amore che la tecnologia allopatica ha espulso da se stessa, illudendosi di sostituirlo con i radionuclidi e con le biopsie epatiche.

È importante perciò rendersi conto che l'istigazione ad evadere dall'ortodossia agisce sul paziente ben prima che si manifesti concretamente; fin da quando cioè il suo medico non risolve il «caso» e comincia a smistarlo presso gli specialisti. Qui egli fatalmente si scontra non solo con la perdita dell'amore, ma persino dell'uomo medico (il «taumaturgo») che vede sostituito dal falso sillogismo: sintomo = ricetta = medicamento che guarisce. Quando questo fallisce, è il crollo spirituale e l'evasione da un sistema che non riesce ad aiutarlo. Ma ricordiamoci che li abbiamo provocati noi.

trascrizione di
Donatella Sitta



Ultimo aggiornamento ( Monday 31 March 2008 )
 
Articoli Correlati
Gli Articoli più Nuovi
Archivio
          Pagina Successiva>>

< Prec.   Pros. >