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1.11
trascrizione di
Loredana Biffi
Tutte le presenti terapie anticancro sono definite pietosamente «trattamenti» invece che cure: viene cioè a denti stretti riconosciuta la loro invalidità di interventi curativi. Non è d'altronde il solo esempio consimile, in questo nostro sistema medico che ignora la natura delle malattie degenerative e pretende di curarle comprimendone i sintomi e insieme uccidendo i pazienti. Un esempio paradigmatico è quello dei prodotti a base di indometacina che, inizialmente destinati alla gotta, sono usati per le loro proprietà antidolorifiche da un vasto numero di reumatici e artropatici in tutto il mondo, anche al di fuori di qualsiasi ricetta (il reumatismo, come il cancro, è ancora un mistero per l'allopatia!). Ma quando il medico legge le informazioni fornite da uno dei colossi farmaceutici (e scientifici) che lo producono, dovrebbe proibirlo o vivere d'angoscia. Infatti «non deve essere prescritta ai bambini»; «può aggravare disturbi psichici, epilessia o parkinsonismo», «mascherare i sintomi delle malattie infettive»; «provocare ulcerazione singola o multipla dell'esofago e stomaco, del duodeno o dell'intestino tenue, con perforazione ed emorragia - sono stati segnalati rari casi fatali...», indurre «reazioni epatiche quali ittero ed epatite; sono stati riportati alcuni casi a decorso fatale...». Però in compenso è chiaramente detto (pag. 1) che «Al pari degli altri farmaci antinfiammatori… non modifica il decorso della malattia in atto».
Di fronte a questa informazione «completa» che dovrebbe essere di promotion, la domanda urgente è: «Ma allora perché se ne permettono l'uso, la vendita e la produzione?» La scoraggiante risposta è che l'industria ritiene onestamente di aver prodotto un ottimo farmaco, visto che il sistema allopatico vigente le chiedeva un anti-sintomo ed essa gli ha fornito il migliore a tutt'oggi sintetizzato. Che tra l'altro, come impongono per legge le prove precliniche, «nel ratto ha fatto riscontrare un adeguato margine di sicurezza (oltre 60 volte) tra dosi antiinfiammatorie efficaci e dosi tossiche». Se poi qualche uomo si perfora o ingiallisce o decede a dosi «terapeutiche», è una pura questione statistica. E a questo proposito, come insegnava il celebre Lison, «colpa sua se è incappato nel caso al di fuori della media...». Se questo comportamento (dei medici e dei pazienti) è considerato corretto nei confronti del reumatismo articolare (che uccide solo, e a distanza di mezzo secolo, quelli che lo rivelano in forma acuta nell'infanzia), tanto più è accettato nei confronti del cancro e della sua crescente strage di vite. Cosicché i danni biologici anche mortiferi delle medicine anticancro (vedi cap. 10) vengono accettati «di necessità» come la febbre e la pustola vaccinale che ci impediscono, per tutta la vita, di morire di vaiolo. Solo che qui, invece, ci aiutano a morire.
Come vengono scelti, i farmaci antitumore? Ne abbiamo già dato qualche accenno in precedenza; il loro vizio basilare è però doppio: prima di tutto, e per legge, vengono provati sui falsi tumori (C. Jasmin) degli animali (con l'altissimo e inutile costo che abbiamo già discusso a proposito del calusterone); e secondariamente sono strettamente sintomatici, intendendo agire solo sul tumore, che non è altro che il sintomo somatizzato della malattia neoplastica. Di cure causali fino ad ora l'allopatia non ne ha saputo offrire nessuna, ovviamente, mancando tuttora la nozione della sua causa; cosicché per esempio il cancro risulta il grande dimenticato nell'elenco dei premi Nobel. Non è sempre stato così: nel 1926 il premio è stato attribuito al danese Johannes Andreas Grib Fibiger «per la sua scoperta della Spiroptera carcinoma» cioè del «bacillo del cancro», il quale naturalmente non esiste. La scottata della fondazione (ma in nome e per conto di tutta la scienza ufficiale) è stata tanto forte da averle fatto attendere esattamente 41 anni per richiamare la malattia-tabù nei suoi protocolli. Nel 1967 il premio è stato attribuito a P. Rous («per la scoperta di virus induttori di tumori») e a C. B. Huggins («per il trattamento ormonale del cancro prostatico»); ma questo ripensamento è stato possibile solo in dispregio della norma statutaria fissata da A. Nobel («scoperte dell'anno precedente») e per la eccezionale longevità degli interessati (I Nobel possono essere concessi solo a viventi). Infatti Rous è vissuto 91 anni (1879-1970) e ne aveva 88 al momento del premio; quanto alle ricerche premiate, le sue risalivano a più di 56 anni prima, e quelle di Huggins a oltre 30.
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LE «CONQUISTE» IN NUMERI
Con tutte le armi anticancro esistenti, e pure accettando le loro contropartite dannose, quali sono i risultati ottenibili? (diamo per scontata la serietà e obiettività delle statistiche, il che non è tanto ovvio, come vedremo più avanti). Una tabella di G. Mathé («Inchiesta sul cancro» 1977) dà queste statistiche di sopravvivenza, a 5 e 10 anni: Labbra: 67%, 26%. Melanomi: Stadio I, 80%, 61%; Stadio II, 39%, 21%; Stadio III: 0%, 0%. Seno: Stadi I e II: 75%, 59%; Stadio III: 41%, 26%; Stadio IV: 18%, 0%. Rene: Stadio I: 60%, 31%; Stadio II: 37%, 23%; Stadi III e IV: 5%, 3%.
Le «Fiches techniques» del volume Cancer (Hachette 1979) riportano le seguenti conclusioni al riguardo dei risultati: Polmone: spaventosi («redoutable»); Esofago: «malheuresement redoutable»; Stomaco: buono nelle forme ben localizzate, che sono disgraziatamente assai rare; Retto-colon: 50 per cento di guarigioni a 5 anni (un po' troppo ottimista!); Vescica: 30 per cento (frequenti le recidive locali); Prostata: 50 per cento a cinque anni («dopo i 70 anni, considerato il rischio di mortalità per altre cause, la comparsa di un cancro prostatico non accorcia che di poco la speranza di vita di questi soggetti»: una bella consolazione epidemiologica!); Seno: buono se il tumore è piccolo e i linfonodi non interessati; assai meno favorevoli se la forma è voluminosa e i gangli interessati. Ma questa prognosi sembrerebbe migliorata dalla chemioterapia (questo dato è però smentito, nello stesso volume, da R. GOLBEY a proposito della chemioterapia, che «è utile nel coriocarcinoma e nel tumore di Wilms infantile e nel ca. a piccole cellule del polmone, solo palliativo nel broncogeno; non serve per il cancro del seno» e per tutti gli altri «nous n'avons pas encore de solution efficace»); Utero: 50 per cento a cinque anni.
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LE QUATTRO ARMI
Secondo G. Mathé nella cura del cancro sono oggi disponibili quattro armi: la chirurgia, la più antica e tradizionale; la radioterapia, nata all'inizio del secolo e da vent'anni potenziata dalle «radiazioni ad alta energia»; la chemioterapia, ormai venticinquenne e che «ha perduto le illusioni della sua giovinezza», e l'immunoterapia, dal 1962.
La chirurgia: con i nuovi metodi operatori e le nuove attrezzature di rianimazione «non ha quasi più controindicazioni», salvo quella assoluta della presenza di metastasi (dove cioè è inutile, anzi dannoso per l'economia generale dell'organismo e per l'esplosione del male, asportare un tumore che perfino nella limitata opinione dei chirurghi non è più locale). Tuttavia non è raro il caso di interventi locali in presenza di accertate metastasi; perché? Un altro mito chirurgico è la pulizia per svuotamento delle linfoghiandole satelliti alla sede del tumore. A parte le statistiche che vanno accumulandosi (le abbiamo già citate) sul danno invece che sul vantaggio di questo passo chirurgico «di sicurezza», perché i linfonodi satelliti non dovrebbero essere interessati? Sono lì esattamente per quello, cioè per bloccare nel loro interno (e distruggere con i linfociti e i macrofagi) le singole cellule autonome che il focolaio neoplastico scarica lungo le vie linfatiche e sanguigne. Sarebbe come se l'otorinolaringologo, asportando le tonsille infette, pretendesse «per sicurezza» di togliere anche tutte le linfoghiandole sottomandibolari e regionali. Ne seguirebbe immediatamente la setticemia.
La Radioterapia: è un agente cancerostatico e cancerolitico, per azione fotonica diretta sui cromosomi nucleari, o sugli enzimi e i sistemi metabolici che assicurano la produzione di ADN e ARN (gli acidi nucleinici, cioè il fondamento della vita). La radiosensibilità cellulare dipende dalla legge generale della proporzionalità tra la dose di irradiazione ricevuta dalla popolazione cellulare bersaglio e il numero di cellule che sopravvivono. Da una esperienza classica, su un tumore animale, si sa che l'applicazione in una dose unica e massiccia di 100 rad lascia 1 cellula su 1.000 (103) capace di moltiplicarsi; 3.000 rad ne lasciano 1 su 1.000.000 (106); 4500 rad 1 su 1.000.000.000 (109); e 6.000 rad 1 su mille miliardi (1012). Degli effetti di queste dosi (già enormi per l'uomo) sull'organismo del topo non si è interessato nessuno. Sì invece della differenza di sensibilità tra le cellule tumorali e le cellule normali. «Essa semplicemente non esiste: le cellule cancerose non sono fondamentalmente più radiosensibili delle cellule normali». I due tipi di cellule muoiono dunque nello stesso modo; l'unica differenza tra le une e le altre (che rende possibili i vantaggi dell'irradiazione) sta nella capacità dei tessuti normali di provvedere ad una proliferazione compensatrice di cellule nuove.
La Chemioterapia: l'introduzione in medicina dei chemioterapici anticancro è nata da un evento bellico. È infatti nel corso della seconda guerra mondiale che J. Alexander, medico di bordo della nave John Harvey, affondata nel dicembre 1943 a Bar Harbor con un carico di 100 tonnellate di gas mostarda, scoprì l'azione tossica di questa sostanza sulle cellule sanguigne dei marinai sopravvissuti, il che portò a studiare il suo effetto e quello dei suoi derivati su dei tumori prima sperimentali e poi umani. La chemioterapia non distrugge direttamente le cellule cancerose; essa impedisce loro di dividersi, perciò di proliferare.
Il meccanismo di inibizione si ottiene in modi diversi con sostanze diverse: per interferenza nella biosintesi degli acidi nucleici o delle proteine (metotrexate, antagonista all'acido folico; fluoro-uracile, antagonista dell'uracile, una delle basi fondamentali dell'ARN; mercaptopurina, antagonista di un'altra base dell'ARN, cioè l'adenina). Oppure per interferenza nella duplicazione dell'ADN (come gli alchilanti, gran parte degli antibiotici estratti da germi o funghi: actinomicina, daunomicina, adriamicina, bleomicina). Oppure per blocco della mitosi (la divisione sessuata cellulare), come gli antimitotici vegetali (colchicina, podofillina, vincristina, vinblastina...). Infine < i>, antagonisti sessuali di tumori sessuali ormonodipendenti (mammella nella donna, prostata nell'uomo): per la prima dunque il < i>(ormone maschile) per il secondo l'estrogeno (ormone femminile).
Recentemente sono stati sintetizzati degli antiormoni (antiandrogeni, antiestrogeni, antiprolattinici). Per l'ultimo tipo nel marzo 1981 è stato premiato a Torino, al XX congresso della Soc. Italiana di Farmacologia, uno studio su 23 mastopatie fibrocistiche (affezioni benigne del seno) con bromocriptina (l'antiprolattina sintetica) in base alla interferenza tra prolattina e neoplasie mammarie (P. E. HENDERSON, H. G. KWA, 1978). Ventuno casi su 23 hanno risposto favorevolmente alla terapia, i cui effetti si sono mantenuti per almeno sei mesi dopo la sospensione del trattamento. Come dimostrato dal ritorno alle condizioni primitive (e come prevedibile dal ruolo solo favorente e non iniziante degli ormoni; [vedi cap. 5]) si tratta di una medicazione sintomatica, che va valutata ponendo a fronte i risultati (temporanei) e la tossicità non indifferente dell'usata bromocriptina.
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LA CINETICA DI PRIMO GRADO
Come le radiazioni ionizzanti, anche i chemioterapici colpiscono, insieme con le cellule tumorali, le cellule normali. Agendo citostaticamente sulle cellule che si riproducono, avvelenano e uccidono i globuli bianchi (che vivono e si riproducono ogni pochi giorni) e il loro tessuto produttore, cioè il midollo osseo. Da pochi anni si suppone che le cellule di un tessuto tumorale non siano tutte insieme in ciclo riproduttivo; a questo è dovuta la somministrazione refratta (per esempio monomensile) dei chemioterapici, talvolta alternati o abbinati (con possibilità tanto di potenziamento come per il prednisone più la mercaptopurina; quanto di antagonismo, cioè di annullamento mutuo di effetto, come per il già ricordato metotrexate più l'asparaginasi). Con tutto questo fervore di studi nessuno può negare (F. MUGGIA in Cancer 1979) che la chemioterapia, dopo 25 anni, proceda ancora in modo assolutamente empirico, esattamente come la ricerca di prodotti antineoplastici al N.C.I., U.S.A. e in tutto il mondo. Quella che invece è scientificamente accertata è la ragione per cui i suoi risultati sono «nell'insieme deludenti» (G. Mathé). Essa può riuscire a «guarire» qualche tumore di Burkitt, qualche Hodgkin e leucemia acuta, qualche raro linfosarcoma, il coriocarcinoma e i tumori di Wilms (renali) nei bambini. «Al di fuori di questi casi, anche quando ottiene regressioni spettacolari, lascia qualche residuo tumorale attivo». Conosciamo il perché soprattutto dai lavori di Skipper, il quale ha dimostrato che l'azione di un agente obbedisce alla «cinetica di primo grado», legge matematica secondo cui una data aggressione, se ripetuta, colpisce non lo stesso numero assoluto di bersagli, ma solo la stessa proporzione. Il che significa che se una somministrazione di chemioterapico riduce del 99% il tasso cellulare (massimo teorico!) il loro numero cadrà a 1 miliardo (109 = 1 grammo) se esso era di 100 miliardi (1011 = 100 grammi); ma esso si ridurrà ad 1 milione (106) se in partenza era di 100 milioni (108); e così via…ciò significa, in parole piane, che la chemioterapia non potrà mai arrivare a distruggere l'ultima cellula. Oltrettutto perché, come già ricordato nel cap. 10, si instaura presto sul piano biologico, a parte la matematica, una resistenza tumorale al chiemioterapico.
La Immunoterapia: Considerata la frequenza delle mancate guarigioni nel caso del solo impiego delle tre prime armi antitumorali, G. Mathé dal 1958 ha pensato, correttamente, che esse riducessero le forze immunitarie dell'organismo (cosa in seguito ampiamente dimostrata, e da noi già riferita). Il metodo seguito dal ricercatore francese è doppio: o per un meccanismo di stimolo aspecifico (immunoterapia additiva) con estratti microbici o il famoso vaccino antitubercolare bovino (B.C.G.. o bacillo di Calmette e Guerin); oppure con uno stimolo specifico (immunoterapia attiva) con iniezioni di cellule cancerose (dello stesso soggetto) conservate a bassa temperatura e «sterilizzate» mediante roentgenirradiazione. Già alcuni anni dopo tuttavia, lo stesso Mathé poneva in guardia contro la possibilità che la stimolazione del sistema immunitario potesse causare la stimolazione della crescita tumorale. E nonostante il suo entusiasmo «eccessivo» (U. Veronesi nella prefazione al libro di G. Mathé) le recenti ricerche danno risultati sempre più sconfortanti per questa quarta arma.
La conclusione a cui arriva lo stesso Mathé, allo stato attuale dei fatti e come regola strategica è la seguente: «Se la previsione prognostica conclude per una speranza di guarigione poco elevata, la chemioterapia è indicata; se invece la speranza di guarigione è elevata, si impone l'astensione». Il che è un modo molto elegante per lasciare le cose come stanno, cioè nell'empirismo più antiscientifico delle applicazioni chemioterapiche postoperatorie, o postradioterapiche,o serali (ore di maggiori mitosi cellulari, secondo la cronobiologia ...). Trascurando realtà importanti come l'abituale iperdosaggio dei farmaci (dovuto al potenziamento costante dei veleni e della artiglieria che spara insieme su nemici e amici); o il fatto che i morbi di Hodgkin «guariti» con radiochemioterapia intensiva hanno probabilità 25 volte maggiori della media di sviluppare un secondo cancro. E naturalmente, pur dopo 25 anni di sterilità operativa, l'establishment si attiene alla sua regola di prevedere strategie esclusivamente limitate alle sole armi che ha imposto a se stesso e al mondo; e al suo metodo di sparare contro la cellula (che è uguale nel cancro e nella salute) dimenticando al solito l'uomo.
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LE STATISTICHE «AGGIUSTATE»
D'altronde un quarto di secolo di sterilità sostenuta con miliardi di dollari pesano; e se la realtà non si apre alla ricerca, la si «aiuta». È del giugno 1981 la notizia che il direttore del National Cancer Institute (il celebratissimo Bethesda) Vincent De Vita è sotto inchiesta davanti la sottocommissione senatoriale della sanità (promossa dal senatore O. G. Hatch dello Utah) per aver concesso al dottor John Strauss, della Harvard Medical School (altro nome prestigioso) una «ulteriore» sovvenzione di un milione di dollari, nonostante fosse a conoscenza che il ricercatore falsificava le sue relazioni sui progressi fatti dagli ammalati di cancro sottoposti a trattamento chemioterapico, con farmaci estremamente pericolosi e senza informarne i pazienti o i familiari (Corr. Medico, 5. VII. 1981). Il caso non ha neppure il pregio della novità: il dr. Alan Lisook, un funzionario del FDA (l'agenzia governativa U.S.A. che approva - o proibisce - i medicamenti nuovi) ha accusato lo stesso N.C.I. di non aver riferito all'F.D.A. e ai ricercatori clinici indipendenti che il velenoso metil-CCNU (la più recente nitrosourea) usato in chemioterapia anticancro aveva provocato blocco renale mortale in quattro pazienti. La segnalazione era arrivata all'N.C.I. da un ricercatore della New York University nel maggio 1978, e altre ancora le avevano fatto seguito; ma la denuncia all'FDA di questi possibili effetti non fu fatta che il 2 marzo 1979. Il direttore del programma, dr. Michael Jensen-Akula, si difende dicendo che sebbene le prove sperimentali sugli animali di laboratorio avessero dimostrato dei danni renali, nessuna complicazione renale era stata riferita prima d'allora, benché il prodotto fosse usato sperimentalmente sull'uomo fin dal 1971. (Ma allora, a cosa servono i test di laboratorio?) (dal New Scientist del 9 aprile 1981). Comunque è attualmente in corso, su molti giornali scientifici inglesi e americani, una nutrita raffica di denunce circa i falsi scientifici e la credibilità della ricerca; e molti ricordano l'episodio di un altro prestigiosissimo centro (addirittura lo Sloan-Kettering Cancer Center di New York City) dove nel 1973 il dottor William Summerlin divenne famoso per aver dimostrato, con l'entusiastico sostegno del suo direttore, l'immunologo Robert Good, la possibilità di innesti cutanei da ratti neri in alieni ratti albini. Quando fu scoperto (nel maggio 1974) che egli «aiutava» la persistenza dei suoi innesti neri con l'uso di un pennarello di feltro, fu il cataclisma: Summerlin fu buttato fuori (oggi fa il dermatologo pratico in Louisiana) e la vicenda rischiò di costare a Good la carica di direttore dello Sloan-Kettering (da New Scientist del 26 febbraio 1981).
È perfettamente comprensibile che le statistiche aggiustate possano servire a fare camera e ad assicurare corposi grants di ricerca; ma non a guarire i tumori: nel 1971 gli U.S.A. registrarono 330.000 decessi per cancro; oggi, nonostante le enormi spese di ricerca e i millantati progressi nell'offensiva contro i tumori, i decessi previsti per il 1981 sono oltre 420.000. E la gente, persino in U.S.A., comincia finalmente ad aprire gli occhi e a chiedersi se non sia sbagliata la strada seguita fin qui. Ma nessuno ha il coraggio di dire di no, come è avvenuto (A. Malleson, 1973) per la leucotomia prefrontale che aveva fruttato ad A. Egas De Abreu Moniz il premio Nobel per la medicina nel 1949. Moniz aveva pubblicato nel 1936 una brillante monografia sulla resezione dei lobi frontali dal resto del cervello nella schizofrenia. L'intervento, che «amputava» definitivamente la personalità del paziente, divenne di gran moda così che dal 1940 in poi furono leucotomizzati circa 10.000 soggetti in Inghilterra, e oltre 25.000 negli U.S.A. Dal 1951 già qualche neuropsichiatra cominciò ad avere forti dubbi, finché nel 1958 Robin pubblicò la prima ricerca controllata sui risultati a distanza: non solo i pazienti così trattati non erano stati aiutati dalla cura, non solo rivelavano degenze in istituti mentali più lunghe degli altri, ma nel 18 per cento sviluppavano anche l'epilessia (oltre alla consueta e inalterata schizofrenia). Al suo lavoro fece immediatamente seguito una marea di conferme da parte dei neuropsichiatri, che la usavano sui pazienti solo perché «il non farlo era colposo o eretico». Annota Malleson, nel suo stile scozzese-tacitiano: «Oggi la leucotomia non è più un intervento popolare per la cura della schizofrenia». A quando, il ripensamento per la chemioterapia?
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L'APPROCCIO ALTERNATIVO
Ma questo comporterebbe, come abbiamo già discusso, un completo rovesciamento dell'approccio di ricerca al cancro, sulla ovvia base di una sua teoria più soddisfacente. Soltanto in questo modo può essere abbandonato l'assurdo di accrescere la potenza dei mezzi anticancro, che non sono «anticellule» ma semplicemente «omicidi». Se la ricerca vuole proseguire con questo attacco sintomatico al cancro, che almeno si attenga al principio ippocratico del Nil nocere; cioè che il primo passo discriminante dei chemioterapici sia il rifiuto di qualsiasi prodotto tossico, da provare magari sul tanto simpatico moscerino dell'aceto, o sulle lumache, e poi, come impone per esempio l'omeopatia, sul se stesso-medico che poi lo userà sui pazienti; senza farsi incantare dal sofisma che di fronte al pericolo mortale del cancro sia lecito uccidere in altro modo per evitare quello dal nemico/tumore.
E comporta anche l'abbandono dell'altro mito delle cellule «pazze o deviate» di fronte alle quali ci comportiamo come la società medioevale che incatenava e bruciava i malati mentali. Oggi si cerca di recuperarli; perché le cellule no? Eppure qualcosa sta muovendosi in questa direzione: come già ricordato l'israeliano Leonard Sachs riesce a far «rinsavire» metabolicamente e morfologicamente le cellule leucemiche; Umberto Saffiotti e tutto il suo gruppo di ricerca (della Chicago Medical School, U.S.A.) trova nella vitamina A, inoffensiva anzi utile all'organismo a dosi terapeutiche, «il più potente chemioterapico antineoplastico» nei tumori tracheobronchiali e della mammella. A. Brugarolas e M. Gosalvez (1980) da Oviedo e da Madrid, riescono a trovare e ad usare almeno due prodotti (il Norgamen o Thioprolina, e il Revercan o 2-amino-thiazolina) completamente privi di tossicità negli animali e nell'uomo, con i quali ottengono risposte favorevoli nel 31 per cento dei tumori dell'orofaringe, della bocca, della testa-collo, e della vescica urinaria. Il loro approccio è di estrema importanza perché ottiene nelle cellule, con mezzi non omicidi, la «trasformazione inversa» cioè il recupero (T. T. Puck, 1977) della normale morfologia e delle normali funzioni di membrana corrispondente dunque alla guarigione delle cellule deviate.
Dunque anche sul piano della chemioterapia la strada del ripensamento si sta finalmente aprendo, a livello scientifico. Come era prevedibile, salvo che nel caso americano di U. Saffiotti, le comunicazioni di Gosalvez e Brugarolas hanno provocato una tempesta; troppi sono infatti i miti che vanno razionalizzati o respinti, e da troppo tempo radicati nella nostra cultura, medica e no, perché l'inversione di marcia sia facile e priva di contraccolpi. Ma i tempi sembrano finalmente maturi; mancava soltanto un'ipotesi razionalmente più accettabile del cancro, e della vita pluricellulare organizzata. A questo provvede, sul piano psicosomatico e su quello statistico-probabilistico, la sua ipotesi integrata.
Ma se essa è vera, ne discendono alcune conseguenze di importanza eccezionale, conoscitiva e pratica. Prima di tutto la spiegazione della angosciante imprevedibilità nei risultati delle cosiddette cure (ortodosse e anche eterodosse) dei tumori; esse infatti agiscono, chirurgicamente, radiologicamente, o chimicamente, soltanto sul tumore, che nonostante la sua tragicità è solo un sintomo e non l'intera malattia (la stessa cosa si fa purtroppo, in ordine all'erroneo ma imperante concetto allopatico, con il cortisone nell'asma allergica e nel prurito, dimenticando i pollini o l'insufficienza renale).
In secondo luogo l'impostazione finalmente razionale di una vera cura dell'uomo integrato - sintesi indissolubile di carne e d'anima - il cui disequilibrio psicosomatico abbia consentito (non «stimolato»!) la comparsa, tra gli altri, anche del sintomo secondario e periferico del «tumore». Considerata la irripetibile individualità di ogni uomo (documentata, come abbiamo visto, persino dalla individualità immunitaria di ogni tumore), non esiste né mai esisterà la medicina miracolo del cancro; è invece sperabile la possibilità personalizzata di un trattamento preventivo degli stati di rischio psicosomatico (sovraccarico di Delta Psi!) che condizionano lo sviluppo di qualsiasi malattia psicosomatica, cancro compreso.
Ma anche nello stadio clinico dell'esplosione già avvenuta il trattamento di questo squilibrio globale deve essere appunto globale, se vuole ottenere risultati meno aleatori di quelli oggi consueti. Perciò oltre all'intervento patogenetico sul sintomo (con mezzi più attivi degli attuali ma assolutamente rispettosi dell'integrità fisiopsichica dell'organismo colpito) deve provvedere meglio alle componenti lesive parallele della malattia, piuttosto che al loro «terapeutico» peggioramento: quindi ad una difesa generale antitossica ed immunogenetica, e ad uno stimolo selettivo di riparazione istogena. Ma soprattutto non deve trascurare sul piano etiologico (cioè delle cause) la reintegrazione di quell'equilibrio centrale della personalità (strumentalizzato biologicamente nel sistema talamo-ipotalamo-ipofisi) la cui rottura è la base più intima e fin qui misconosciuta dell'affezione.
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UNA PROPOSTA SPERIMENTALE
Nell'ignoranza attuale delle componenti psicologiche del cancro, l'unica «provetta» a ridotto margine di errore è l'uomo, non un qualsiasi altro aggregato pluricellulare, come il topo, privo della sua stessa personalità. In questo settore di ricerca ci si oppone ai test sull'uomo sia per la tragedia che accompagna ogni caso di tumore, sia per la enorme (ma non necessaria!) tossicità dei trattamenti allopatici. Ma basterebbe disporre di qualche mezzo terapeutico sicuramente atossico, per poter montare un valido e incontrovertibile test di controllo comparativo sull'uomo. Per carità non sui tumori, vista la cortissima commozione di sentimenti e la canea pubblicitaria che ne seguirebbe. Ma esiste una serie di forme patologiche inscritte dalla allopatia nella categoria «tumorale allo stadio zero» perché cellularmente produttive e ad etiologia ignota al pari delle neoplasie, come i cheloidi cutanei, le leucoplachie, le mastopatie fibrocistiche, le stesse cicatrici di vecchia data istologicamente fibrose, che la scienza allopatica ci ha falsamente descritte come «l'esito terminale, immodificabile, della reazione fibroblaslica»; tutte d'altronde resistenti a qualsiasi cura ortodossa locale o generale.
Su di esse - come ha proposto SPECIANI L . O. in «Coscienza del Medico» ancora nel 1974 - potrebbe essere condotta, per via generale, una prova sperimentale di confronto sulle possibilità della reverse transformation locale. Questi mezzi terapeutici esistono, e alcuni di essi sono i medesimi scoperti dalle medicine popolari e poi - sulla forza dei fatti - accettati anche dalla scienza ufficiale (come gli estratti alcaloidei della vinca rosea), evitando tuttavia i folli iperdosaggi della chemioterapia. Se poi - in questi casi che non mettono in forse né la vita né la salute - nessuno se la sentisse di somministrare ai controlli i chemioterapici tradizionali per i loro pericolosi effetti tossici (che non potrebbero dunque godere dell'alibi consueto della «morte per cancro» invece che per veleno), essi si rivelerebbero - come in realtà sono - l'ultimo anacronistico esempio delle arcaiche «terapie eroiche» di fronte alla condanna a morte neoplastica (come i 5grammi di tartaro stibiato e i 4 litri di salasso in 4 giorni che il celebre prof. G. Rasori milanese prescriveva nella polmonite, due secoli e mezzo prima degli antibiotici finalmente causali).
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