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1.9
trascrizione di
Antonella Napoli (Milano)
Una delle colonne della cosiddetta prevenzione del cosiddetto cancro è la necessità della diagnosi precoce. Abbiamo già visto come la diffusione di questo paralogismo serva egregiamente alla medicina come alibi di dominio e di plagio psicologico («Se fosse venuto prima...»), cosicché le innumerevoli sconfitte sono sempre da attribuire a colpa dei pazienti, senza minimamente scalfire l'onnipotenza della medicina, anche di fronte al cancro. E magari invece il povero malato ha passato - prima della diagnosi - una lunga trafila di medici, nessuno dei quali era riuscito ad identificare la causa del suo malessere. È un fatto tragicamente certo - e noto a tutti i medici per diretta esperienza - che la diagnosi del cancro è una delle più difficili esistenti in medicina, talvolta persino nella sua fase terminale; si pensi dunque alla sua quasi impossibilità nella fase precoce o almeno preclinica cioè prima che il paziente ne riveli le conseguenze sul piano biologico. Tutti i nostri superbi mezzi diagnostici falliscono, in questo solo caso, diversamente per esempio da un'altra malattia che l'ha preceduto come tabù sociale, cioè la tubercolosi. Nell'eventualità di un semplice sospetto bastano quarantotto ore, dopo l'inoculazione intradermica di tubercolina, per confermarlo od escluderlo; e così avviene per moltissime altre malattie esogene, da quelle infettive a quelle parassitarie (per esempio le cisti da echinococco). Attualmente disponiamo, per raggiungere una diagnosi, di una serie anche troppo usata di ausili tecnologici, che integrano i reperti ottenibili direttamente dal paziente o dal medico con il suo esame obiettivo; sono il laboratorio, la radiologia e la medicina nucleare, le scopie endoviscerali, i prelievi bioptici. Vediamo come si comportano nel caso di un tumore maligno, e a che cosa è dovuta la loro insufficienza.
IL LABORATORIO
I circa 17.000 esami che la tecnica di analisi biologica offre oggi al medico riescono a chiarificare quasi ogni ipotesi diagnostica, persino quelle endogene per disturbi ormonali o immunitari. Nei loro confronti esistono solo due pregiudiziali, una relativa al fatto tecnico in se stesso, l'altra al medico. Si tratta nel primo caso della attendibilità del referto (oltre alla serietà del laboratorio va valutato l'errore medio connesso alla prova richiesta, e la sua selettività discriminante); nel secondo è in causa l'emissione da parte del curante di un corretto indirizzo di diagnosi differenziale, che comprenda tutto il ventaglio delle possibilità, e la loro conferma od esclusione da parte dell'analista. Questo è un momento fondamentale, che purtroppo la distorsione didattica e la mitizzazione del laboratorio fanno spesso dimenticare ai giovani laureati. La diagnosi (e prima ancora il suo sospetto) non la fa altri che il medico; il laboratorio può solo confermarla o escluderla, nient'altro. Per questo le batterie di test ormai sovrabbondanti (40-50 insieme) che vengono d'abitudine praticate ai pazienti all'inizio del ricovero ospedaliero sono - salvo in rari casi - del tutto inutili (oltre a pesare gravemente sull'assistenza sociale: in U.S.A. costano, annualmente, 3 miliardi di dollari...). E sempre salvo in rari casi (diabete ignorato, iperazotemia, iperuricemia) sono per la stessa ragione inutili i check-up a tappeto indiscriminate, non mirati.
Per quanto riguarda il cancro, i referti biologici (urine, liquor cefalo-rachidiano, quadro sieroelettroforetico, funzionalità di organo o di sistemi...) si mantengono perfettamente normali fino a quando la massa tumorale è voluminosa, e solo allora avvelena l'organismo con le sue proteine tossiche; prima ci può essere solamente un lieve aumento della velocità di sedimentazione degli eritrociti, ma il dato isolato non significa nulla, potendosi elevare assai di più e più facilmente per qualsiasi infezione localizzata anche minima (per esempio un granuloma dentario) oltre che nell'infarto cardiaco e nella gravidanza iniziale (anche qui quale indizio della rapidissima crescita delle cellule dell'embrione). Anche le più fini ricerche bio-immunitarie, come i dosaggi delle immunoglobuline IgA, IgM, IgE, IgG, diventano positive solo a malattia microscopicamente istituita; e lo stesso è dell'alfa-fetoproteina e del C.E.A. (Carcino Embryogenic Antigen) reazioni utili per seguire il decorso di un tumore già noto ma non per rivelarlo agli inizi del suo sviluppo. Dunque le analisi del laboratorio non fanno che indicare, in quel particolare organismo pluricellulare, una apparente normalità di vita, Ma c'è sempre la mitica radiologia! E allora vediamone i poteri.
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RADIOLOGIA E MEDICINA NUCLEARE
La condizione perché l'esame del corpo umano ai raggi X dica qualcosa, è la differenza di assorbimento delle radiazioni che lo attraversano da parte dei vari tessuti, normali o no, che lo compongono, con rilievo, sulla lastra radiografica, di ombre più o meno dense. Se queste differenze non esistono in natura (per la trasparenza dei visceri cavi come l'esofago, lo stomaco, l'intestino, la colecisti, il rene, l'albero bronchiale; o perché sono quasi dovunque omogenei, come il cervello) vengono provocate artificialmente con la somministrazione di mezzi di contrasto che li riempiono e permettono di fotografare l'interno delle loro cavità: la famosa pappa di bario per il tragitto digestivo, le sospensioni iodate per quello biliare e renale, e così via. Tuttavia questa è anche la prima grave insufficienza dell'esame radiologico. Le forme anatomiche e le condizioni funzionali dei visceri non ubbidiscono a uno standard fisso, ma sono tante quante le singole individualità personali. E chi mai pensa a farsi fotografare l'interno quando è ancora sano, per consentire al radiologo di valutare le minime possibili differenze in caso di un esame diagnostico? Così purtroppo la massima parte dei referti radiologici, salvo i casi ormai grossolani che sporgono all'interno della cavità, o i casi, eccezionali, di particolare e straordinaria abilità, si limitano alla stereotipata risposta della «canalizzazione conservata». Tutti i casi nei quali il tumore è esterno al viscere, o ne interessa solo la parete senza modificare la mucosa interna, sfuggono alle più fini e ben fatte indagini radiologiche. Non si tratta di una migliore esposizione delle lastre, ma di un limite tecnico-anatomico, difficilmente superabile.
Inoltre è un esame specialistico (cioè per definizione settoriale). Rivela il di dentro e non il di fuori; si vale di immagini e non di sensazioni. Per questo durante una radiografia per sospetto di infiammazione appendicolare il radiologo (più spesso quelli di un tempo che le efficientissime e sterilizzate tecniche di oggi) può palpare la fossa iliaca destra e segnalare se la palpazione è stata dolorosa o no; compiendo cioè un minimo tentativo di integrazione clinica. Solo nel caso della radiografia polmonare le risposte risultano più significative (almeno per la presenza delle ombre, non per il loro significato diagnostico). Il polmone è pieno d'aria, perciò trasparente: qualsiasi diminuzione della normale trasparenza viene perciò facilmente rivelata e descritta. E ancora, è qui quasi sempre possibile disporre di un confronto con un quadro polmonare precedente; chi non ha fatto almeno una radioscopia o una schermografia di massa? Probabilmente solo questa ragione tecnica è alla base del grande aumento moderno delle neoplasie polmonari: la possibilità eccezionalmente favorevole della loro rilevazione radiologica. Per la altrettanto diffusa (e forse più) localizzazione tumorale dell'intestino, la radiologia è pochissimo attendibile; per questo molte di queste forme vengono diagnosticate solo sul tavolo operatorio, ove sono giunte per una «occlusione intestinale» cosiddetta «a cielo sereno», cioè in persistenza di un inalterato benessere e di una funzionalità normale.
Mammografia: e stata dovunque abbandonata la sua applicazione profilattica di massa (ripetuta ogni sei mesi) per le seguenti tre ragioni: 1) la ripetizione periodica della irradiazione provocava talora la malignizzazione di forme quiescenti o inattive o cosiddette «precancerose», come le mastopatie fibrocistiche; 2) la resa del metodo, cioè i casi precoci scoperti con le indagini di massa era infima (intorno allo 0,3 per cento) il che le rendeva intollerabilmente costose sul piano sociale; 3) la diagnosi esclusivamente radiologica era poco attendibile, necessitando di un completamento clinico (palpazione) o addirittura bioptico per raggiungere la certezza. Ne aggiungiamo una quarta, poco considerata e invece assai importante, dal punto di vista della «psicooncologia»: in presenza di un nodulo mammario, la distensione psicologica della donna a seguito di un esito tranquillizzante durava pochi giorni, e invece sei mesi lo stress dell'attesa per il nuovo esame e il suo incerto esito. Non è escluso che almeno alcune malignizzazioni abbiano riconosciuto anche questa causa psicogena, oltre all'insulto radiante. Per questo pochi mesi fa le nostre città sono state tappezzate da cartelli di propaganda anticancro il cui messaggio (stupefacente dopo tanta pratica mammografica) suonava così: «Per la lotta al cancro abbiamo bisogno di strumenti sicuri! Usa le tue mani!»
C'è invece almeno un mezzo fisico utile in questi stessi casi: si tratta della termografia, cioè il rilievo della temperatura settoriale della mammella, ottenuto attraverso la proprietà dei cristalli liquidi di colesterolo di assumere colori diversi a seconda del grado di temperatura. In caso di dubbio da parte del medico può essere prescritta (e magari ripetuta) a cuor leggero. Anche se l'interpretazione della mappa colorata non è sempre agevole, non viene somministrata alla parte nessuna radiazione estranea all'organismo; ci si limita a registrare quella calorifica spontaneamente emessa dalla mammella. La stessa dichiarazione di innocenza non si applica invece purtroppo ad un'altra indagine, di medicina nucleare, che si va largamente diffondendo nonostante il suo alto costo, in base alla opinione di una sua definitiva utilità: la scintigrafia. Si tratta della registrazione su carta del flusso di ioni emessi da un organo (o da tutto intero lo scheletro, per esempio) dopo la somministrazione di radioisotopi, cioè di elementi radioattivi. I risultati grafici di questo esame sono così belli da sfiorare l'arte: ricordano talvolta, con tutte quelle lineette policrome, i quadri dei pittori divisionisti alla Segantini. La sua utilità è molto meno pregevole ai fini che ci interessano, cioè della diagnosi precoce. Naturalmente se il tumore è già istituito (per esempio nella tiroide) il nodo che si palpa già benissimo con le dita viene rivelato splendidamente anche dalla scintigrafia allo Jodio 131; quanto alla sua natura e attività, la richiesta del medico si scontra con gli astrusi referti tecnici di «nodo caldo» o «nodo freddo», che rilanciano sulle sue spalle ogni decisione in proposito.
La non-innocuità nasce dal fatto preoccupante della concentrazione, nell'organo sospetto, di una dose elevata di elemento radioattivo, ben più pericoloso - qualunque sia il suo tempo di estinzione - dei 3 decimi di secondo necessari per la abbandonata mammografia. Inoltre, se mette bene in evidenza i nodi metastatici al fegato nel caso di un tumore digestivo (ma allora, a cosa serve?) ha la medesima insufficienza della radiologia di fronte alla neoplasia iniziale; e per qualche organo (pancreas) la lettura è di difficilissima interpretazione. Un altro mezzo in attuale espansione è la T.A.C. (la Tomografia Assiale Computerizzata, senza o con contrasto), la cui somministrazione di radiazioni è molto bassa perché i rilievi vengono fatti col computer, perciò poco pericolosa; un tempo riservata all'indagine del cervello oggi, con il perfezionamento delle tecniche, viene applicata persino a tutto intero l'organismo, con una serie di sezioni trasversali che mettono in evidenza gli organi delle cavità anatomiche. Ha le stesse insufficienze della radiografia e della scintigrafia, cioè vede solo le cose grosse, spesso già accertabili - e talvolta meglio, come sede e come natura - con l'aiuto della ormai trascurata semeiotica clinica. Ricordo per esempio un caso (femminile, M.C.R.) dove la paralisi palpebrale e la diplopia (fenomeno della doppia visione) accertavano con sicurezza la presenza di una micrometastasi cerebrale da tumore del colon, di forse 1-2 millimetri di diametro, localizzata sul chiasma ottico (cioè l'incrocio delle due bande emilaterali di fibre nervose visive, per loro conto non più larghe di 3-4 millimetri). Il desiderio di accertare - a quel momento - l'esattezza della diagnosi venne frustrato, nonostante l'uso di tutti i mezzi più perfezionati: sia la radiografia e l'arteriografia cerebrale, sia la scintigrafia sia la gammagrafia sia la T.A.C. si rivelarono assolutamente negative. Com'era d'altronde giusto, visto che il loro limite inferiore di «definizione» non scende al di sotto del centimetro, che però già corrisponde a una localizzazione neoplastica di oltre dieci miliardi di cellule (G. Mathé). Il medesimo limite di definizione è dimostrato da un altro mezzo diagnostico ancora più moderno e in espansione: la ecotomografia, che registra su carte speciali l'eco di un fascio di ultrasuoni sparato su una parte del nostro corpo. È lo stesso principio del sonar, usato in guerra per l'identificazione dei sottomarini sul fondo, e in tempo di pace per il rilievo geografico dei fondali e la localizzazione dei banchi di pesci. Fortunatamente la ecografia è priva di rischi fisici tanto che viene usata per raccogliere informazioni anche dall'utero gravido, a qualsiasi mese di gestazione. Non è invece priva di rischi psicologici. Perché? Con la ecotomografia si rivela benissimo la esatta struttura degli organi interni, quelli che noi presupponiamo normali anche morfologicamente, mentre non è affatto vero. L'esame ecografico registra quindi anche quelle innumerevoli malformazioni, congenite o no, che un tempo erano viste solo sul tavolo autoptico dai periti settori, ed elencate per completezza, ma esattamente intese come varianti anatomo-morfologiche perfettamente compatibili con la salute e prive di qualsiasi significato patologico. Di fronte a delle cisti ovariche iperfunzionali (legate a variabili passeggere del ciclo) o a delle cisti a contenuto liquido della tiroide o del fegato l'ecografo, e il medico curante, e soprattutto il paziente, perdono la testa e propongono indagini bioptiche o peggio per «accertarne la natura» (con lo spettro sempre incombente del tumore). Ne può seguire una serie di manipolazioni inutili o dannose e, sempre, uno stato di angoscia difficilmente reversibile nel paziente. Sarebbe perciò assai utile che gli ecografi avessero una preparazione anatomopatologica - e un buon senso - più ferrati di quanto dimostrano oggi.
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SCOPIE E PRELIEVI BIOPTICI
Sempre nell'intento di precocizzare la definizione diagnostica il nostro povero organismo è, un anno dopo l'altro, esposto a progressive violazioni dei suoi confini naturali: con le radiazioni ionizzanti, con gli isotopi radioattivi, con le endoscopie e con i prelievi bioptici. C'è una bella differenza da quando lo I-SHENG (il «Signor Medico» cinese) arrivava all'accertamento della malattia e alla prescrizione della cura unicamente con la diagnosi differenziale condotta sui 74 tipi diversi di polso: ma tant'è, così va il mondo. Questi mezzi sono stati inventati, la filosofia del neo-storicismo ci impone di usarli, e sia. Ma servono? Le endoscopie certamente: laringo-broncoscopia, esofago-gastroscopia, retto-colonscopia, cistoscopia… dovunque c'è una apertura naturale il medico moderno pretende di infilarci qualcosa. La massima parte di quelle che si fanno risultano inutili (specie per lo stomaco, dove qualche anno fa ne dilagava la moda, oggi fortunatamente in discesa, per ogni gastralgia un po' duratura); sono però, nei casi corretti, utilissime per l'accertamento o l'esclusione di una localizzazione, stavolta anche iniziale, della malattia neoplastica. Se non fosse che all'introduzione dell'apparecchio (oggi assai più ridotto quindi assai meno fastidioso di un tempo, dopo l'invenzione delle fibre ottiche) viene abbinato quasi di regola il classico prelievo bioptico, cioè un piccolo morso meccanico che asporta un brandello di mucosa, nel punto visivamente più sospetto. E qui nascono i guai. Anche se M. SCHNEIDER e F. K. MOSTOFI (Cancer 1979) dichiarano esplicitamente che la biopsia (osservata poi al microscopio per lo studio citologico) è un passo fondamentale e inderogabile della diagnosi di cancro, non siamo affatto d'accordo. Quando un punto dell'organismo rivela una crescita cellulare cancerosa (cioè secondo la corrente opinione, anomala) questo significa che già i poteri di controllo centrali sono stati indeboliti, almeno temporaneamente. Ricorrendo a tutti gli altri meccanismi di difesa della integrità morfofunzionale (enzimi, ormoni, strutture umorali e cellulari del sistema immunitario) l'organismo sta combattendo per localizzare il danno. Così avviene di regola per i tumori benigni, sempre circondati da una capsula fibrosa delimitante.
Ma questa condizione, di vittoria imperfetta verso una disattivazione del processo, anche se può persistere per anni è estremamente labile; portarvi coscientemente un insulto meccanico squilibrante può avere un risultato disastroso. Ogni più piccola area alterata visibile ad occhio nudo è composta da milioni di cellule, ormai autonome dalla finalizzazione differenziante del sistema organico; ne viene per conseguenza una immediata (in 23'' il sangue compie un giro completo nei canali circolatori!) disseminazione micrometastatica cellulare. Se a questo non segue sempre la metastasi macroscopica dipende solo dall'intervento tempestivo dei meccanismi difensivi, particolarmente quello immunitario; ma il rischio resta ugualmente, oltre alla sostanza antibiologica dell'intervento. Tuttavia, per quanto tenute sotto una cappa di silenzio, sono ben note le relazioni della biopsia con il decorso ulteriore del male. È per questo che l'approccio bioptico ultramoderno ai tumori mammari è quello «ad ago fine», che comunque, per fine che sia (diciamo di un diametro di 2 mm) e penetri solo per 3 cm. nel tessuto alterato, provoca sempre l'asportazione di una «carota» di 300 milioni di cellule, e la mobilizzazione di almeno il triplo.
E serve poi a tanto, il mitizzato esame istologico? Tutti ci giurano ma, per esempio nei casi dove un tumore maligno è guarito con mezzi eterodossi, è la regola negare che fosse tale e, a conferma, si ripesca il vetrino sul quale era stata emessa senza alcun dubbio la diagnosi fatale, e con altrettanta giustificazione istologica se ne propone una diversa. Non per nulla un istologo-principe come McCallum, dopo trent'anni di servizio alla Mayo Clinic di Rochester sosteneva, in tema di riconoscimento istologico di benignità o malignità che «il criterio veramente discriminante è l'ulteriore decorso clinico del paziente».
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L'ESAME OBIETTIVO E SOGGETTIVO
È una delle armi antineoplastiche più importanti, salvo che l'uso dei sensi del medico durante la visita è insegnato sempre peggio (delegando i suoi compiti al sovrabbondante arsenale tecnologico degli esami) col risultato che è praticato sempre di meno e con minori rese. Ma perché meravigliarsi se un aratro, lasciato sul campo inoperoso, arrugginisce e si spunta? Il limite paradossale è pero raggiunto quando accade di incontrare qualche paziente, latore di una cartella fotostatica fitta di esami negativi e dimesso con qualche diagnosi inconcludente, e lo si scopre immediatamente portatore di una massa tipica rilevabile anche da un netturbino, allo stomaco o al rene o all'intestino, e non rilevata nella degenza. Come mai? Solo perché, dopo il primo ingresso, nessuno gli ha mai più palpato l'addome! L'esame obiettivo è portatore di una immensa quantità di dati, a condizione che lo si pratichi correttamente e integralmente, registrando gli infiniti segnali che l'organismo in sofferenza offre a chi lo sa leggere. Era l'unico mezzo disponibile per i grandi medici del passato e le loro diagnosi interne non avevano nulla da invidiare alle nostre attuali; se mai, il contrario. Il colore, la consistenza e lo spessore della pelle, le sclere, la forma fisica generale, quella del viso e dell'addome in particolare, il calore o il raffreddamento di una parte o dell'altra del corpo, il disegno arterovenoso, la sanguificazione e il trofismo dei tessuti, il dimagrimento generale o localizzato, il comportamento e la parola, persino (Fox, 1978), l'analisi grafologica… Questo per la ispezione; poi la percussione (oh, ombra negletta di Laennec, che aveva imparato dai suoi bottai a riconoscere il livello del vino attraverso la parete opaca, senza ricorrere a una trivellazione a trapano fine...); e l'importantissima palpazione superficiale e profonda dei visceri. È vero che la massa tumorale è di per sé indolente, ma l'organo che la sopporta no; il che serve a focalizzare l'attenzione là dove serve, e l'organismo segnala.
Altrettanta importanza, e forse anche maggiore, rivelano l'anamnesi e l'esame soggettivo del paziente canceroso, stavolta anche veramente iniziale. È abitudine ospedaliera che la storia medica del paziente sia raccolta dal meno dotato degli assistenti, e nelle cliniche universitarie addirittura dallo studente «storiografo». Questi svolgono il loro compito meccanicamente, senza alcun vero coinvolgimento «tanto l'epicrisi diagnostica spetta al primario direttore...». Invece la diagnosi nasce spesso esattamente qui, dalla progressiva restrizione ad un solo organo o sistema dell'area di indagine, da completare poi con l'esame obiettivo e con quelli analitici. È in questa preziosa fase di incontro che il medico registra - e stimola il ricordo - dei segni veramente iniziali della malattia neoplastica. Le mestruazioni protratte rispetto all'usuale, la loro minima ricomparsa in menopausa, la secrezione di latte o siero dal capezzolo al di fuori della gravidanza (ipofisi!), le microemorragie rettali, urinarie, dell'escreato; il benessere digestivo dopo tanti anni di gastrite iperacida, il rifiuto o l'intolleranza di particolari cibi, l'alternanza tra stipsi e diarrea delle scariche intestinali, la cefalea e i disturbi della vista, le parestesie degli arti, il dimagramento rapido… E soggettivamente: il cambiamento di carattere e di umore, la stanchezza senza motivo, la depressione e il disinteresse, il malessere resistente ai «ricostituenti», la chiusura in se stessi… e tante altre caratteristiche personali, di tipo veramente psicosomatico, cioè attinenti insieme al corpo e allo spirito; tanto più illuminanti quanto più il soggetto è noto al medico. Per questo io sostengo che lo specialista in oncologia non deve né può esistere, se non in seconda istanza, in quanto riceve pazienti a diagnosi quanto meno sospetta, cioè in pratica già evidente o al medico o al paziente medesimo. Il vero oncologo precoce deve essere il medico di famiglia, e la migliore profilassi anticancro è di farsi visitare da un medico che già conosca le nostre condizioni generali e la nostra reazione di fronte agli altri piccoli guai della vita. E ai miei medici nel contempo dico che quando vedono un paziente dopo mesi di inutili indagini e terapie, quello è un tumore. Resta soltanto da localizzare dove è.
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IL LIVELLO CELLULARE
Fino a questo momento ci siamo limitati a considerare il livello clinico, cioè lo scontro dell'organismo con il quadro nosografico etichettato come «cancro», che abbiamo già definito come «un difetto dell'organizzazione sociale pluricellulare del soma». Il suo risultato, sintomatico, è un disturbo della differenziazione qualitativa e finalizzata che rende possibile lo sviluppo e la sopravvivenza normale dell'organismo. Sappiamo tutti, da M. Malpighi (1660) in poi, che questo nostro organismo non è una unità singola, ma un intero universo composto da 60 trilioni di cellule, tutte nate dall'unica cellula uovo fecondata. Abbiamo già visto come la scienza attuale ignori tuttora quella componente fondamentale dell'organismo che è l'organizzatore, avendolo cercato ad usura nell'interno della cellula, senza decidersi a cercarlo fuori di essa. L'argomento riguarda, oltre la cancerogenesi, anche il problema dell'invecchiamento, cosicché si è cercato di scoprirne le tracce (Verzàr, MacFarlane-Burnet ecc.) attraverso quest'altro fenomeno della vita di ogni entità pluricellulare (gli organismi unicellulari non invecchiano mai; arrivati a un certo stadio di età adulta, si dividono in due cellule neonate, e il ciclo ricomincia).
Solo a noi - pluricellulari e sessuati - è riservato il conto dell'età e della morte, cioè della vita probabile: la stessa è cresciuta dai 20 anni dell'uomo preistorico, rimasta tale per millenni fino ai 30 raggiunti solo al tempo dell'Impero Romano, ai 40 del 1850; ai 50 dei primi del novecento… di fronte a questa realtà si comprende meglio il fascino del passo biblico che prometteva all'uomo la favolosa età naturale di «tre ventine d'anni più dieci». Oggi (1960) abbiamo finalmente raggiunto la meta, rimasta utopica per tanti secoli; e da allora, guarda caso, non cresce più. Al medesimo limite converge anche il calcolo matematico della probabilità di morte per qualunque causa; persino eliminandone le maggiori (cuore, circolazione, tumori) dopo i 30 anni esse raddoppiano ogni otto anni circa, aumentando l'aspettativa vitale a 80 anni teoretici e non di più (Hayflick). Può essere dunque vero che ogni uomo nasca avendo in se stesso 70 anni, e basta, di carica biologica? Ma allora i longevi famosi, i 113 anni accertati del falegname bostoniano, i 126 (un po' dubbi) della lattaia bulgara? Sono valori estremi devianti dalla media, quelli che ogni elaborazione statistica elimina per praticità di calcolo. Come le lampadine moderne che, garantite per una vita media di 800 ore, possono fulminarsi individualmente dopo 4 o resisterne 2500, segnalando solo una estrema dispersione nella curva gaussiana senza che ne soffra la verità.
Per quanto riguarda le cellule un primo importante avvicinamento del problema dell'invecchiamento si trova in H. J. CURTIS (Science 1963) che applicando alla ricerca gerontologica la neonata ipotesi di Watson e Crick sul DNA, interpretò l'incremento di mutazioni spontanee nelle cellule somatiche, proporzionale all'età, come il risultato di sempre più numerosi errori di copiatura nel codificare e decodificare di continuo lo spaventoso complesso di informazioni riassunte nel DNA genetico, forse abbinato all'esaurimento specifico di alcuni enzimi connessi con la sintesi proteica del DNA-codice (L. E. Orgel). Addirittura la durata della carica biologica è stata poi misurata da L. Hayflick (1968): ogni cellula può riprodursi in media 50 volte, ma non di più. Hayflick è partito dalla revisione degli esperimenti di colture di tessuti, tante volte assunte a prova della immortalità cellulare, solo che si assicurassero idonee condizioni di nutrizione e di eliminazione dei prodotti di rifiuto. Nelle colture sono spesso riconoscibili linee di spontanea mutazione genetica: ne è un esempio lo stipite mixoploide HeLa, isolato da George O. Gey nel 1952, che rivela da 50 a 350 cromosomi per nucleo, invece dei normali 46. Questo ceppo colturale, e altri simili, si comportano come cellule cancerose e sono persino capaci di crescere se inoculati in animali. Mutazioni analoghe possono essere ottenute, artificialmente, con il virus SV-40 della scimmia (ma non sono servite, come abbiamo visto nel capitolo 5, a chiarire l'etiologia dei tumori). Queste cellule modificate, ma soltanto loro, possono essere considerate immortali come le amebe. Le altre, quelle normali, no (e non sanno crescere negli animali). La asserita immortalità potenziale dei fibroblasti normali (come quelli famosi di embrione di pollo di A. Carrell vissuti oltre 30 anni) era dovuta a un errore tecnico: la inavvertita immissione di sempre nuove cellule vive e integre in una con gli estratti nutritizi di embrione o di muscolo. Eliminato l'errore nessuno è più riuscito ad ottenere i medesimi risultati cronologici.
I fibroblasti (da embrioni umani) coltivati e studiati per sette anni da Hayflick e Moorhead rivelano statisticamente un numero definito di possibili divisioni: esattamente circa 50 (tra 40 e 60 come limiti estremi). Per mezzo della ibernazione provocata (congelamento in azoto liquido a -190° C.) si scoprì che le cellule «ricordavano», al momento di riprendere le suddivisioni, il numero di quelle già compiute: ne compivano perciò altre 30 se erano state vitalmente sospese dopo le prime 20; 15 sole se interrotte dopo 35, e così via.
Un'ulteriore conferma fu trovata nel numero di potenziali suddivisioni, diverso costantemente per fibroblasti espiantati da soggetti in età diverse. Esso dimostra una relazione inversa di carica riproduttiva rispetto al crescere dell'età del donatore (dall'embrione 50±10 volte; oltre i 20 anni, 20±10 volte). Ricercando il perché di questo accertato comportamento e per escludere la possibile interferenza di carenze nutritizie nel terreno colturale, Hayflick allestì forse il più elegante dei suoi esperimenti, sfruttando la differenza cromosomica sessuale (XX femmine contro XY maschi). Coltivò insieme fibroblasti maschi vecchi (che avevano già compiuto 40 divisioni) e femmine giovani (che ne avevano compiute 10 sole), osservando che, dopo 10 generazioni, i «vecchi maschi» smettevano di riprodursi mentre le «giovani femmine» proseguivano a farlo; cosicché dopo 25 divisioni, la coltura risultava univocamente femminile. Diversi ricercatori hanno confermato i risultati di Hayflick e Moorhead, compresa la comparsa crescente, a mano a mano che la coltura si avvicina al suo limite potenziale, di cellule con aberrazioni cromatiniche assai simili a quelle registrate ad età avanzata nei leucociti umani e nel fegato di topo (MacFarlane Burnet) e ritenute responsabili, per la caduta funzionale del sistema immunogenetico, dell'alta quota di tumori nella vecchiaia. Secondo J. Saunders jr. la morte delle cellule, risultante nella degenerazione progressiva degli organi e dei sistemi, è un evento programmato nello sviluppo degli organismi pluricellulari, quasi una garanzia di vita media come quella inserita (intenzionalmente o no) in ogni macchina o manufatto costruiti dall'uomo; nelle lampadine ad esempio ricordate prima. Il perché strumentale del medesimo comportamento dovrebbe essere, a livello cellulare, quello segnalato da Curtis dell'errore di copiatura degli elementi riproducentisi, e della progressiva degenerazione e riduzione di numero delle cellule «postmitotiche fisse» che non si dividono più una volta raggiunta la piena specializzazione, e quindi hanno pressappoco l'età dell'organismo: fibre collagene, cellule nervose, cellule sessuali (Verzàr, Hodge, Trams, Lansing, Sulkin, Hausmann).
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LA CONVERSIONE SOMATICA
Così è fatta la nostra macchina somatica, programmata come ogni altra che usiamo, ma chi la guida? Anche nello studio della vecchiaia, come in quello delle neoplasie, le più accurate indagini a livello della individualità cellulare si sono dimostrate persistentemente infeconde. Si ritorna, anche qui, al misterioso organizzatore che sa sbrigarsela egregiamente con la indescrivibile complessità della semplice «vita normale». Come scrive un grande oncologo (G. Mathé, Inchiesta sul cancro 1979): «Ciò che è sorprendente non è che il 30 per cento degli esseri umani siano, un giorno o l'altro, portatori di un cancro, ma piuttosto che non tutti vi siano condannati... Il cancro ci appare come un processo vitale dei più naturali, ma le nostre possibilità di evitarlo sono ineguali». L'equivoco e il paradosso nascono dal considerare il «cancro» come qualcosa di estraneo, e di diverso dalla nostra individualità cellulare. La risposta alla domanda di Mathé è che siamo tutti non portatori di un cancro, ma un universo cellulare tutto potenzialmente canceroso, se non fosse per l'intervento onnipresente dell'ID) (nell'immagine dell'Uomo Integrato), cioè del nostro «principio di identità» personale, cioè dell'«organizzatore». È questo, l'anima vegetava, che come delinea le nostre impronte digitali, uniche e individuali, ci mantiene durante tutta la vita sempre uguali a noi stessi. Abbiamo visto nei capitoli precedenti i danni, di patologia degenerativa e di cancro, insorgenti dagli stress squilibranti l'ID), sul piano clinico, statistico e di probabilità matematica. Ci manca soltanto ancora, per comprendere del tutto il fenomeno del cancro, di svelarci il punto cruciale relativo alla sua insorgenza, mai finora chiarito. Alla luce di quanto fin qui documentato, la conversione somatica del disturbo originariamente psichico e psicogeno è invece di una stupefacente semplicità e può essere riassunta nelle poche righe seguenti. Eccola: «A livello patogenetico, per quanto riguarda il momento d'inizio del cosiddetto cancro (che è il retaggio esclusivo degli individui pluricellulari organizzati) non esiste né uno «stimolo oncogeno» né una «devianza o follia cellulare» (quelle petizioni di principio, tanto simili alla ipotetica materia peccans dei galenisti, che nessuna ricerca è mai riuscita a dimostrare). Al contrario, in rigorosi termini probabilistico-statistici, la crescita tumorale (a prescindere dai parametri sintomatici anomali, dovuti alla sua sede non pianificata) identifica il comportamento autonomo della cellula normale, nei suoi stadi precoci di sviluppo (disgenesia regressiva). Siamo invece noi, gli organizzati, ad essere straordinariamente improbabili; e costretti a reinventare questo equilibrio psico-morfofunzionale, matematicamente impossibile, ad ogni istante della nostra vita come organismi. A rischio, se si turba o si infrange, di regredire (biologicamente!) a uno stato cellulare entropicamente più probabile, quale una coltura non-organizzata di amebe, limitata solo dall'esaurimento del pabulum». Dunque come già accennato nel primo capitolo, noi non siamo altro che cancri organizzati, e il «cancro» non è altro che la normalità della vita cellulare sganciata dall'influsso dell'organizzatore, per difetto psicogeno di quest'ultimo. Per questo le cellule cancerose non dimostrano mai nulla di diverso dalle sane (Capitolo 5)*; per questo non si troverà mai un veleno specifico per il tessuto tumorale che non avveleni anche quello sano; per questo l'approccio attuale al cancro è una somma di errori su tutti i piani, da quello personale e psicologico a quello cellulare e medicamentoso, come vedremo nel prossimo capitolo.
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(*) ... nemmeno nella costruzione di un “organizzato” pluricellulare come un organismo sano e normale. Ne fa fede un recentissimo esperimento di ingegneria genetica compiuto dalla dr. Beatrice Mintz dell'università di Filadelfia, e pubblicato (novembre 1981) sui “Proceedings” della National Academy of Science U.S.A. Con 1'iniezione di cellule di teratoblastoma di topo (un tumore embrionale altamente maligno) in una blastocisti, cioè la sferula cava dei primi stadi dello sviluppo embrionale, si sono ottenuti topi completi, alcune delle cui singole uova erano di stretta discendenza tumorale. Ma anche ciascuna di questa, se fecondata, ha dato origine a una crescita normale, risultante in un organismo normale e sano.
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