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L'intuizione psicogenetica: da Galeno a noi PDF Stampa E-mail
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Redazione   
Monday 20 November 2006
1.7

trascrizione di
Loredana Biffi (Milano)

La nozione che le emozioni sono correlate con l'insorgenza e con il decorso del cancro è piuttosto antica. Già Galeno, il famoso medico greco della corte di Roma nel secondo secolo dopo Cristo, aveva osservato che le donne con «disposizioni melanconiche» sembravano più predisposte al cancro mammario di quelle a temperamento «sanguigno» (aggressivo). Nel 1850 un altro grande nome della medicina, Sir James Paget, scriveva: «Ci sono casi così frequenti di disperazione e frustrazione che sono presto seguiti dalla crescita e dallo sviluppo di un cancro, da non poter dubitare che la depressione mentale sia un pesante additivo alle altre influenze che favoriscono lo sviluppo di una costituzione cancerosa». Poi per un intero secolo la scienza positivistica della concretezza e del laboratorio ha respinto o trascurato questa linea di pensiero, ricomparsa a galla con la nascita della psicosomatica, intorno al 1950. Una decina di anni dopo J. Pentegrass, già presidente dell'American Cancer Society, può scrivere senza squalificarsi scientificamente le seguenti parole: «Ho personalmente osservato dei malati di cancro sottoposti con successo a cure e che sono vissuti bene per anni. Poi uno stress emozionale, come la morte di un figlio in guerra, l'infedeltà della moglie o il pesante fardello di un frustrante impiego, sembra aver fatto precipitare la situazione con il riattivarsi della loro malattia, che aveva quindi come risultato il decesso».

Da questo momento in poi il ravvivato interesse per la componente psicologica della persona umana ha stimolato molte ricerche di questo tipo e, sia pure con alcune residue resistenze, il suddetto punto di vista ha ripreso una veste scientifica. Che però, come al solito, era stato abbondantemente preceduto dai poeti e dagli scrittori. Nei romanzi dell'epoca romantica - che scoprì il ruolo del sentimento nelle cose umane - c'era spesso un protagonista (o almeno un comprimario) che moriva di «crepacuore». Non sempre a seguito di una tragedia; talvolta persino di una gioia troppo improvvisa e intollerabile. All'intuizione letteraria si riconosce oggi una precisa validità scientifica, anche se l'emozione la chiamiamo stress e il crepacuore, infarto miocardico; ma il buon senso popolare aveva già imparato, da millenni, a somministrare ai vecchi, agli ammalati, e ai più diretti interessati le cattive notizie in concentrazione crescente e non di botto. («Papà ricoverato stop vieni subito...» ed è già morto da due ore). Qual è la finalità inconscia delle cosiddette pietose bugie, in realtà messaggi convenzionali estremamente trasparenti? Non altro che quella di interporre, tra la psiche del ricevente e la brutalità dell'impatto improvviso, la schermatura ammorbidente di un residuo di speranza. E per quanto riguarda specificamente il cancro, risulta oggi scientificamente perfetto LEON TOLSTOI nella Morte di Ivan Illytch (1850). È solo quando Ivan realizza la totale insignificanza della sua vita che è sopraffatto dal dolore del cancro: «nel parto, si sa che alla fine viene prodotto qualcosa. Non è mai così male come quando il dolore non produce nulla». (Perciò i medici si suicidano, come abbiamo già visto in un capitolo precedente).

Anche la guarigione spontanea con mezzi psichici è stata riferita dalla letteratura ben prima che dalla scienza ufficiale: il protagonista del Regno proibito di Hammond Innes (Rizzoli, 1953) guarisce di un carcinoma gastrico terminale, insorto per la cronica frustrazione di un impiego e di una vita insoddisfacenti, dopo un brillantissimo curriculum di eroe bellico, riprendendo l'utopia del nonno, cioè la ricerca del petrolio in una montagna canadese ricevuta da lui in eredità. Dopo straordinarie fatiche fisiche ottiene un doppio successo; trova il petrolio e si libera del cancro.

L'interferenza tra psiche e cancro non è solo finzione letteraria ma anche un fatto storico. Napoleone: aveva sofferto per decenni di ulcera gastroduodenale; ad essa e dovuto il suo famoso atteggiamento, con una mano infilata costantemente sotto il cappotto. Ma quando il suo sogno europeo si infranse definitivamente a S. Elena, la degenerazione cancerosa della vecchia malattia lo uccise (non il clima!). Mohammed Rheza Pahlevi, lo Scià di Persia, aveva sofferto una decina di anni fa di una forma carcinomatosa gastrica. La stessa è stata controllata a lungo; ma è riesplosa, con esito letale, stimolata dall'enorme angoscia della perdita del trono e del paese per la rivoluzione degli ayatollah. Il cardinale Roncalli è stato celebre per settantasette dei suoi ottantadue anni (dal 1881 al 1958) come un gioviale diplomatico dal tratto affascinante, con esplicite tendenze di buongustaio e relativa rotondità. Eletto Papa (Giovanni XXIII) nel 1958, si trovò sulle spalle i gravissimi problemi di una chiesa in crisi olistica, e per uscirne deliberò il concilio Vaticano II, iniziandone subito la difficilissima preparazione. Nel marzo 1962 si rivelarono in lui i primi segni di cancro gastrico, celati a tutti. Il concilio, che aumentò la crisi della chiesa invece di dirimerla, si aprì nell'ottobre 1962; dopo un rapido e costante peggioramento Giovanni XXIII moriva il 3 giugno 1963.

Per il contrario, cioè la guarigione, fanno testo altri casi storici di pubblico dominio. Alexandr Isaevic Solzenicyn fu arrestato e condannato ai campi correzionali di lavoro nel 1945, dopo un valoroso servizio di guerra come capitano di fanteria: nel 1952 gli si rivelò un carcinoma gastrico, non curato per le condizioni disumane del sistema repressive staliniano. Ne stava per morire ma, dimesso per questo dai campi ed esiliato in Siberia il 4 marzo 1953, ebbe la fortuna di sovrapporre allo stress della sua personale liberazione quella, almeno sperata, di tutto il suo grande e amato paese per la morte di Stalin, comunicata al mondo il giorno immediatamente successive (5 marzo). Da quel momento il suo cancro (o meglio il suo ritrovato equilibrio psicosomatico) ha cominciato a guarire. Bastano ventotto anni di salute e di vicissitudini a tutti note per esserne certi? E ancora Freud, ammalatosi di cancro orale nel pieno della sua scoperta della psicanalisi, ci ha convissuto per gli ultimi 16 della sua vita, non avendo il tempo di morirne. La personale condizione fisica ha forse interferito un po' troppo pesantemente su alcune linee di indagine freudiana (l'angoscia della morte, per esempio) però non gli ha impedito di arrivare lucidamente agli 82 anni. Sir F. Chichester, il celebre navigatore inglese dedicatosi alla vela solitaria di fronte a una prognosi infausta a breve scadenza per carcinoma, l'ha «controllato» con la felice espansione della sua personalità sull'oceano per una dozzina d'anni, ed e morto a 70, ma di polmonite. Béla Bartòk, il geniale compositore moderno, stava morendo di leucemia. Rimessosi al pianoforte e ripreso con violenza dal raptus esclusivo dell'arte, ha composto almeno altre venti opere nuove, morendo in età avanzata molti anni dopo del suo termine prognostico (Beringheli).

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L'APPROCCIO SCIENTIFICO ALLA PSICOGENESI DEL CANCRO

Di tutti questi fenomeni che ancora troppo spesso la scienza allopatica nega perché non capisce, la psicosomatica tiene invece conto per arrivare a comprendere finalmente la verità dell'uomo, nella salute e nella malattia. Ma già lo diceva Platone: «È follia il voler guarire il corpo senza voler guarire lo spirito». e lo ripete in termini moderni L. LE SHAN (You can fight for your Life, 1976): «Stiamo cominciando a capire che non esiste alcuna malattia che possa essere considerata esclusivamente fisica; che ogni aspetto della persona umana è coinvolto in tutte le dimensioni della malattia e della salute. Da questo punto di vista la chirurgia, i raggi X, la chemioterapia, la prevenzione dei rischi ambientali non sono sufficienti, in se stessi. C'e molto di più». Quel di più sintetico già spiegato ai medici (che lo ignorano) dalla loro più alta sede tecnica, cioè l'O.M.S.: «Quando parliamo nell'uomo di processi psicologici e di processi fisiologici, stiamo parlando dello stesso fenomeno visto da due angoli diversi, ma che non è affatto divisibile» (Treizième rapport, n. 275, 1964).

Dunque l'accordo di base esiste, ma l'approccio scientifico allo studio di un argomento ha le sue ferree leggi, e per comprenderlo deve romperlo in pezzi sempre più piccoli, e purtroppo tra loro distinti. Così, per colorire di scienza le splendide intuizioni dei filosofi e dei poeti, anche la ricerca psicosomatica del cancro si sta suddividendo in troppi singoli settori. Ne riportiamo lo stato presente da H. J. F. Baltrusch (Marseille, 1977). Ecco le linee attuali di studio: 1) I fattori che fanno iniziare la malattia: le situazioni esistenziali fautrici di stress psicosociali e l'incapacità di tollerarle, seguita da depressione, disadattamento, disperazione, angoscia; 2) Caratteristiche di personalità dei malati di cancro: spesso inibiti, scrupolosi, conformisti, depressi e repressi; 3) Infanzia dei malati di cancro: la ricerca di precoci turbe familiari quali radice del fallimento psicologico e immunitario da adulti; 4) Suggerimento di ipotesi psicosomatiche: queste appaiono di regola (Bahnson, Le Shan, Zacharias) basate soltanto su motivazioni psicodinamiche (i «meccanismi psicologici di difesa», la «perduta comunicazione con l'io profondo», «l'indebolimento della relazione oggettuale» e così via). Soltanto Baltrusch e Spemann avanzano alcune correlazioni psicobiologiche, come la «mancanza di stabilità degli schemi cerebrali», «l'azione sui processi neuroendocrini via ipotalamo e ipofisi» col risultato di modifiche funzionali nella regolazione omeostatica dell'organismo (per esempio la funzione di controllo della crescita da parte del sistema nervoso centrale). E Spemann «l'indebolimento del sistema nervoso centrale quale superorganizzatore della differenziazione e della crescita cellulare». Entrambi però delegano ancora a un altro mistero biologico, cioè ad alcune vaghe «interferenze ormonali o immunologiche» il compito di attuare la effettiva stimolazione della crescita neoplastica.

Continuiamo con le altre linee di studio: 5) I fattori psicosociali ed emotivi che interferiscono sul decorso: da accertare sia con l'esperimento sia attraverso le statistiche; 6) Il ritardo nella diagnosi e nel trattamento, per condizionamento psicologico; 7) La identificazione degli individui predisposti al cancro; 8) La psicoterapia dei cancerosi; 9) Le implicazioni della terapia. A questo elenco di Baltrusch va aggiunta la linea specifica della Psicosomatica Quantitativa (Holmes, Rahe, Masuda, 1967; Speciani L. O. 1973) basata sull'interferenza dell'ambiente (sia concreto sia intangibile); e infine lo studio iperspecialistico delle modifiche del sistema immunitario provocate dalle emozioni e dallo stress.

Alcune delle distinzioni esposte da Baltrusch sono in realtà pleonastiche: per esempio la sesta, dipendente semplicemente dal tabu che ancora circonda la malattia; la prima, seconda, terza, e ottava sono modi diversi di evidenziare la quarta (l'ipotesi psicosomatica). Molto importante la settima, relativa alla previsione, e ne riparleremo nell'ultimo capitolo, e così pure l'ultima, che deve dare un supporto strumentale (finalmente) agli errori e ai conseguenti insuccessi della terapia ufficialmente accettata come esclusiva, per adattarla alla realtà vera e non fittizia dell'uomo e del cancro, e ne riparleremo nell'undicesimo. Comunque l'impostazione di Baltrusch è la prima utile classificazione in argomento, e la seguiremo per esporre i risultati delle ricerche finora compiute.

1) Fattori di stimolo: l'analisi dei dati finora accumulati fa pensare che lo stress psicosociale giochi un ruolo significativo nell'accensione della malignità. Nella grande maggioranza dei pazienti le manifestazioni cliniche sono comparse in situazioni esistenziali che i soggetti erano incapaci di tollerare. Ciò vale soprattutto per il caso di perdita di un oggetto a forte legame sentimentale, per esempio la morte del coniuge (amato!). È classica la statistica di R. A. Herring (U.S.A. 1929-31) che ha studiato le 901 donne, su centomila, affette da tumore maligno. Quelle sole erano 61,2, le sposate 137,7, le divorziate 175,8, ma le vedove 527,1. Quasi le stesse percentuali sono state ottenute in Inghilterra da S. Peller. William A. Greene (1966) ha analizzato la storia di 100 pazienti affetti da leucemia o da linfoma, ritrovando in alta percentuale la presenza di traumi psicologici da perdita o da separazione, intercorsi durante i quattro mesi precedenti la comparsa dei primi segni clinici. H. Muslin, K. Gyarfas e W. J. Pieper (1966) hanno condotto per parecchi anni una ricerca su pazienti affette da cancro alla mammella, secondo un criterio selettivo comparato con metodo statistico; contemporaneamente si avvalevano dell'indagine psicologica, compiuta da psichiatri tenuti all'oscuro della diagnosi clinica delle pazienti: l'incidenza di esperienze di separazione e perdita, di recente o remota occorrenza, è risultata significativa rispetto ai controlli.. Anche i Simonton, pur convinti della «personalità da cancro», attribuiscono importanza scatenante alla reazione susseguente la perdita di un oggetto significante (oggetto amato, persona, lavoro). Addirittura la «perdita della ragione di vita» è per Le Shan il fattore di stimolo più evidente risultato dalle interviste dei suoi pazienti in psicoanalisi. Un complesso di frustrazione e di disperazione era presente in 68 su 71 cancerosi; solo in 3 su 88 non cancerosi. «Per alcuni di essi il ritorno alla speranza ha coinciso con una remissione dello stesso cancro». Depressione, solitudine, disperazione e angoscia sono segnalati quali fattori di stimolo anche dai Bahnson, da Baltrusch, e da Booth.

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LE CARATTERISTICHE DI PERSONALITÀ

2) I pazienti cancerosi vengono descritti come inibiti, iperscrupolosi, conformisti e «ligi alle norme», oltreché depressi e a reazioni obbligate (Le Shan, Baltrusch, Booth, Kissen, i Bahnson, Nemeth e Mezei). Una caratteristica comune di questa personality precancerosa è la tendenza alla degenerazione e alla repressione di sentimenti inaccettabili, l'abitudine a reprimere le emozioni e le tensioni e l'apparente insufficienza ad esprimere tensioni, collera e ansietà, spesso nascoste dietro una maschera di serenità e di piacevolezza. Classiche le ricerche psicologiche di D. M. Kissen a Glasgow (1967, 1968) condotte sugli operai dell'industria (tutti fumatori) confrontando quelli affetti da diverse malattie polmonari, in primis la tubercolosi, con quelli successivamente diagnosticati per cancro. Poté accertare che le vittime del cancro dimostravano una forte denegazione e repressione delle emozioni: essi avevano «un basso punteggio per la scarica emotiva» misurata con il test del Maudsley Personality Inventory, per lo score N. Kissen osservò che i fumatori che avrebbero contratto il cancro avevano personalità diverse da quelle della popolazione generale dei fumatori, i quali tendono tutti ad avere alti punteggi nei test per la nevrosi. Ne conclusero che quanto più l'individuo è represso, tanto meno sigarette gli occorrono per sviluppare un cancro. Una ulteriore conferma viene da Nicholas Rogentine, immunologo del famoso Bethesda (l'Istituto Nazionale del Cancro, U.S.A.) il quale ha osservato, tra i pazienti operati con successo per melanoma maligno negli stadi I e II, che quelli recidivanti avevano tendenza a minimizzare il significato della loro malattia. Ciò dà peso alla teoria che l'atteggiamento di repressione e denegazione si accompagna a una prognosi sfavorevole.

Uno studio recente (1975) di S. Greer e T. Morris del Kings College Hospital a Londra ha rilevato che una scorretta reazione alla collera - in genere la repressione, ma talvolta l'esplosione incontrollata - è correlata alla scoperta di malignità in donne esaminate per la biopsia del seno. Come contropartita citiamo una ricerca del 1977, sul problema se gli stati emozionali interferiscano sulla prognosi, una volta che il cancro sia diagnosticato. Alla Johns Hopkins Medical School uno psicologo, Leonard Derogatis e l'oncologo Martin Abeloff hanno rivisto analiticamente 35 donne affette da cancro della mammella. Hanno scoperto che le donne che esprimevano un alto grado di collera non solo verso la loro malattia ma persino verso i medici, vivevano più a lungo di quelle sottomesse e cooperanti. Fissando il limite arbitrario di 1 anno al tempo di sopravvivenza i due autori hanno rilevato che le donne capaci di «esternare gli affetti negativi» controllavano la malattia meglio delle altre anche nei casi nei quali era stata espressa - sui puri reperti organici - una prognosi più sfavorevole di quelle che finivano per morire prima. «All'inizio non potevo credere che vi fosse la minima differenza - dice Derogatis - ma effettivamente è risultato che le ‘combattenti' hanno probabilità maggiori» (citato da CONSTANCE HOLDEN su Science, 23 June 1978).

Il ruolo dell'atteggiamento di rinuncia è illuminato dalla nota ricerca epidemiologica iniziata nel 1946 da Caroline Bedell Thomas della John Hopkins Medical School sugli studenti della stessa università. La Thomas ha usato alcuni test psicologici somministrati agli studenti-matricole, oltre a questionari annuali sulla loro salute e sulle abitudini di vita, per scoprire i fattori precursori di cinque tipi di patologia: affezioni coronariche, ipertensione, disturbi mentali, tumori maligni e suicidio. All'inizio della ricerca il confronto con il cancro era stato inserito come l'unica malattia non dipendente da fattori psicologici; ma un «impressionante e inatteso» risultato fu che i profili psicologici dei soggetti che hanno sviluppato un cancro (48 fino al 1977) erano straordinariamente sovrapponibili a quelli dei soggetti che si erano suicidati. Essi si rivelavano come regola tipi freddi, poco portati ad esprimere le emozioni, le cui relazioni infantili con i genitori erano state più rigide e distanti di quelle dei soggetti che avevano sviluppato altri tipi di malattie.

3) L'infanzia dei malati di cancro: a parte i reperti della Thomas, recenti studi sull'ambiente familiare di questi pazienti, come pure il loro ricordo di esperienze infantili, suggeriscono che i disturbi familiari precoci siano alla base del fallimento psicologico e immunitario dell'età adulta, che provoca nell'individuo, incapace di dominare le pesanti condizioni esperienziali, un eccesso di stress e un senso di perdita (Bahnson). Grossarth Maticek segnala che i pazienti cancerosi differiscono significativamente dai soggetti sani, dai nevrotici e dai soggetti affetti da altre malattie. In base ai loro ricordi infantili e ai risultati di interviste con i parenti più stretti (esclusi i genitori), i cancerosi sembrano aver avuto in prevalenza genitori freddi e scostanti, i quali si attendevano dai figli realizzazioni sempre brillanti, oltre a una rigidissima adesione alle regole sociali. E appunto su questa base che Bahnson e Bahnson tentano di spiegare sul piano somatico la malattia cancerosa come una alternativa alla psicosi. Ci sono tuttavia almeno tre opinioni discordanti: quella di Paffenbarger, di Frances Cohen e di Bernard Fox.

Ralph Paffenbarger, della Stanford University, sta studiando la incidenza del cancro e della malattia coronarica in due gruppi di laureati maschi: i 36.000 entrati ad Harvard tra il 1916 e il 1950, e i 14.000 entrati nell'Universita di Pennsylvania tra il 1931 e il 1940. Tutti avevano sottostato a test psicologici durante i corsi universitari e continuano a fornire periodicamente risposte a questionari sulla salute, sul lavoro, sulle attitudini e cosi via. Paffenbarger non ha ancora completato l'analisi dei suoi dati, tuttavia dice: «La mia opinione è che non esiste correlazione tra i fattori psicosociali e il rischio di contrarre il cancro» (riferito da CONSTANCE HOLDEN, Science, 23 June 1978). Frances Cohen del Langley Porter Neuropsychiatric Institute studia il ruolo dei fattori infantili nel cancro e nelle malattie cardiache. Usa i dati offerti da due dettagliati studi longitudinali: il Berkley Guidance Study e l'Oakland Growth Study, iniziati quando i soggetti in esame erano bambini. Essi hanno finora raggiunto la mezza età e non hanno ancora sviluppato un numero considerevole di malattie. La Cohen dice di essere scettica circa le teorie della perdita, della repressione e della denegazione. La sua ipotesi è piuttosto centrata sulle relazioni degli stress esistenziali con la disponibilità dei supporti emozionali. Bernard Fox, field manager del Bethesda, discutendo il problema delle ricerche psicologiche sui cancerosi, osserva: «Ai ricercatori che sostengono di aver trovato differenze tra i cancerosi e i sani, dico che hanno tutti probabilmente ragione. Certamente i cancerosi sono diversi; ma le loro differenze psicologiche possono essere attribuite alle modifiche ormonali associate alla malattia».

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LE IPOTESI «PSICOSOMATICHE»

L'enorme lavoro compiuto dagli psichiatri in tema di cancro soffre di due gravi insufficienze: la prima è la mancanza di misure quantitative del coinvolgimento psicosomatico; la seconda il ricorso a modelli stereotipati, esclusivamente psicologici o peggio ancora psicanalitici, per sciogliere il nodo veramente cruciale del problema, cioè la «conversione somatica del disturbo psichico». La psicosomatica - con l'appoggio dei neurotransmitters e degli ormoni - ha fatto molto per spiegare le modifiche funzionali comparenti nell'asma, nell'ulcera gastrica, nella ipertensione... Ma nulla di questo è utile per spiegare l'insorgenza del cancro. Dagli stimoli ai loro supposti effetti cancerogeni non esiste una linea continua, ma a un certo punto una dieresi, e la barriera cartesiana tra la mente e il corpo si erige tuttora infrangibile tra il concreto ACTH (o i suoi releasing factors) e l'intangibile sentimento della emozione. Sulla base di questo mistero insoluto nessuna meraviglia che le spiegazioni finora fornite siano insoddisfacenti, quando non addirittura mitiche o stravaganti. Cosa altro si può dire della «risposta maladattiva» di Newton e Muhlbock, della «denegazione/depressione» di Kissen e di tanti altri, spacciata per etiologia? O del «riflesso paleobiologico» di Jones e Stevenson, che vede il cancro quale ristabilimento della capacità fisiologica di ricostruire le perdite organiche, come avviene nei vermi turbellari, nei crinoidi, negli asteroidi, nelle planarie, nelle oloturie, negli ofiuridi? È probabilmente a questo tipo di ipotesi «psicosomatiche» che si riferiva il citato premio Nobel Dulbecco, negando loro ogni credito. Una maggiore validità - almeno teorica - presentano le ipotesi che fanno intervenire nel processo il Sistema Nervoso Centrale, per quanto, se accettate, distruggerebbero tutte le opinioni correnti sul cancro malattia locale e di conseguenza tutti gli attuali schemi della sua «terapia». Comunque è dal 1951 che R. E. Kavetsky, N. M. Turkevich e K. P. Balitsky conducono a Kiev (U.R.S.S.) ricerche per accertare l'effetto di lesioni funzionali, farmacologiche e chirurgiche della corteccia cerebrale sull'accrescimento di tumori maligni, nel tentativo anche di individuare i probabili meccanismi fisiologici con cui il S.N.C. esercita la sua influenza sui processi di resistenza ai tumori. Il S.N.C. agirebbe in condizioni patologiche come un meccanismo protettivo a pronta risposta; quando i fattori carcinogenetici aggrediscono l'organismo, è probabile che il S.N.C. giochi un ruolo di compenso e di protezione, esercitando il suo controllo su disparati sistemi di resistenza, ora direttamente ora indirettamente, come la costellazione endocrina e il sistema immunogenetico. Lo schema suggerito spiega bene la risposta organica alle malattie infettive, molto meno bene le malattie autoimmuni, e nient'affatto il cancro; come dimostrano tanti anni di lavoro fecondissimo per ogni altro verso, ma non per i tumori. Tanto che Balitsky, allia ricerca della causa sfuggente, partecipa dal suo inizio (1971) all'Eupsyca, cioè al Gruppo di Lavoro Europeo per la Ricerca Psicosomatica sul Cancro. Un'altra ipotesi centrata sul S.N.C. e quella di Spemann già citata, come pure i suoi limiti. Quale sintesi definitiva del modello di carcinogenesi che la psicosomatica ha saputo esprimere riportiamo in dettaglio l'ipotesi (1977) di H. J. F. Baltrusch, direttore dell'International Psychosomatic and Cross-Cultural Leukemia Project di Oldenburg, e presidente dell'Eupsyca, al quale partecipano, da tutto il mondo, i più avanzati studiosi dell'argomento. Baltrusch divide il suo modello in 3 fasi: di sviluppo, intermedia e di scatenamento (trigger}.

Nella I fase si avrebbero a) sul piano psichico: disturbi e indebolimento delle relazioni oggettuali durante la prima infanzia, con sentimenti di isolamento e complessi di insicurezza e di colpa. Compenso di questo atteggiamento di base con organizzazione di schemi di difesa psicologica come l'introversione, la denegazione e la repressione delle emozioni e dei conflitti, l'incapacità di esprimere la collera e di scaricare le tensioni; l'iperdipendenza dalle figure dei genitori; sessualità inibita o immatura. b) sul piano delle correlazioni psicologiche: la mancanza di stabilità negli schemi cerebrali; modifiche precoci delle risposte immunitarie e indebolimento delle difese organiche.

Nella fase II: a) psiche: relazioni oggettuali superficialmente stabili, nella realtà ipercompensatorie (legame troppo stretto con l'oggetto), denegazione e repressione conflittuale; b) correlati psicobiologici: minimi sintomi nevrotici e psicosomatici destinati a scomparire prima della comparsa della malignità. Iperaggiustamento ai conflitti ambientali, con mascheratura di serenità. Comportamento di maggiore esposizione ambientale in caso di stress (troppo fumo o alcool ecc.) con trascuratezza dei sintomi di sovraccarico.

Nella fase III: a) psiche: perdita di oggetti-chiave o ego-ideali; rottura dell'equilibrio narcisistico con ricomparsa di insicurezza, solitudine, disperazione, angoscia e rinuncia; incapacità di stabilire nuove relazioni sostitutive. b) correlazioni psicobiologiche: sviluppo di schemi di abbandono-conservazione (Engel), scadimento delle difese organiche. Lo stress psicosociale ed emotivo agirebbe sui processi neuroendocrini attraverso l'ipotalamo e l'ipofisi e indurrebbe modifiche funzionali nella regolazione omeostatica dell'organismo (p. es. la funzione di controllo della crescita, del S.N.C.; modifica delle risposte immunitarie); viraggio delle funzioni cellulari normali e iperfunzioni che sono strettamente correlate al processo di cancerogenesi. In qualche caso scelta dell'organo per catexi emotiva».

È il modello migliore esistente. Il suo pregio e di aver tenuto conto della doppia sostanza (psichica e somatica) dell'uomo. Ma questo è anche il suo difetto cartesiano. Purtroppo l'uomo non è duplice ma unico, e occorre ancora scoprire l'anello di congiunzione tra le sue due componenti concreta e intangibile, come il mitico Pitecantropo mai trovato perchè non esiste. Non basta delegare la stimolazione delle cellule al misterioso regolatore della crescita, e infine dov'è la differenza tra cellula normale e cancerosa? Abbiamo gia visto nel capitolo 5 che non ne esistono. La parte più valida dell'ipotesi di Baltrusch e l'incentramento della patogenesi del cancro al livello di encefalico (ipotalamo e ipofisi), cosa assai consolante per me, che lo dicevo già nel 1947. E ancora che i meccanismi effettori (secondari!) sono da ricercarsi negli ormoni e nelle strutture immunogenetiche.

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LA RICERCA PSICOIMMUNOLOGICA

Abbiamo gia visto, nel capitolo 5, quale sia il ruolo sostenuto dagli ormoni nella patogenesi (sviluppo successivo) dei tumori: un ruolo sicuramente promuovente, negli animali e forse nell'uomo; mai un ruolo iniziante. Si trattava degli ormoni forniti dall'esterno che deprimendo - come il cortisone - le difese immunitarie dell'organismo, favoriscono lo sviluppo di tumori e la loro metastasi. Per esempio R. A. Good, che ha diretto per anni lo Sloan-Kettering Institute for Cancer Research, ha dimostrato gia nel 1962 che gli ammalati di difetti immunitari congeniti (agammaglobulmemie e simili) rivelano un tasso di tumori quindici volte superiore a quello dei soggetti normali; ma nei trapianti d'organo, dove gli immunodepressivi sono somministrati largamente come sostanze antirigetto, questo tasso può raggiungere incidenze di oltre 100 volte il normale (I. Pen e coll.) e di oltre 350 volte la media è, secondo G. Mathé (1977) l'incidenza di reticolosarcomi nei trapianti renali trattati con immunosoppressori. In psicoimmunologia si sta ora seguendo un ragionamento analogo (Rasmussen, 1969): visto che lo stress produce nella reazione d'allarme (Selye) una iperfunzione surrenalica, con conseguenza di elevati livelli ematici di corticosteroidi, e questi producono biochimicamente una accertata riduzione delle specifiche reazioni immunologiche, lo stress emotivo ha la medesima capacità. Esatto; però Hans Selye non è andato più in là dei releasing factors ipofisari, cioè si è fermato alla concretezza materiale, se pure ponderalmente quasi nulla, quando si pensi che esiste pressapoco lo stesso rapporto in peso tra organismo e ormoni (talvolta milionesimi di grammo) e tra questi ultimi e i loro releasing factors prodotti dall'ipofisi! Il salto tra la materia e lo spirito non l'ha fatto nemmeno il ricercatore austro-canadese.

C'è un rischio sempre immanente in medicina, soprattutto oggi che l'informazione sovrabbondante e immediata allaga i nostri tavoli di lavoro con una marea di carte, ciascuna delle quali è preziosa, ma il cui complesso è sempre più difficile da digerire, quando non addirittura da scorrere. Questo è il rischio della progressiva iperspecializzazione, per poter disporre di una massa di nozioni finalmente dominabile. Ciò avviene per tutte le discipline, anche le più omogenee; tanto più forte è per la psicosomatica, lacerata dal suo vizio di nascita in due parti addirittura contrastanti, quindi non sommabili per ricavarne una media, quali appunto i domini antitetici del soma e della psiche. Sembra invece che all'interno della Eupsyca - diversamente che in molti altri campi della scienza - il rischio sia per essere evitato. A fianco degli psichiatri che studiano con i loro test di parole i sentimenti, sono comparsi, a Bressanone nel giugno 1981, gli specialisti in biomedicina e in immunologia (dal russo Balitsky all'australiano Bartrop, dal giapponese Teshima allo jugoslavo Boranic, agli statunitensi Gorzynski, Newberry e Achterberg) a portare i loro più recenti contributi in termini di misura degli ormoni o delle strutture immunitarie sollecitate da stress di natura non-concreta.

Per esempio BARTROP: Crepacuore e immunità: interazioni psicobiologiche. E ha misurato le modifiche cellulari e umorali del sistema immunitario e endocrino, ampliando enormemente la sua precedente ricerca sulla depressione immunitaria nelle vedove e concludendo con queste parole: «Le informazioni raccolte con gli esperimenti descritti saranno essenziali per gli studi futuri nel settore. Questo tipo di ricerca potrebbe ampliare la nostra conoscenza dell'interferenza dei fattori comportamentali con la funzionalità delle cellule». O Gorzynski e collaboratori, che riferiscono su «Caratteristiche psicoimmunoendocrine della lunga sopravvivenza nel tumore del seno». O Teshima e Newberry che finalmente, misurando attraverso le risposte immunitarie dell'organismo a livello microscopico e microumorale (leucociti, T cells, B cells, killer cells, macrofagi) l'intensità e la durata dello stress, cominciano a fornire dati (analoghi!) sulla utilità di uno stress moderato di contro al danno di quello eccessivo (come previsto dal mio sistema del Delta Psi del 1973). Pregevole fra tutti il contributo di K. P. Balitsky, il quale ha riconfermato l'importanza assoluta dell'ipotalamo nella stimolazione e nello sviluppo dei tumori; ha inoltre ritrovato in questo punto focale del Sistema Nervoso Centrale (e di tutto l'organismo! Basta vedere come e anatomicamente difeso ...) modifiche dell'attività biolettrica oltre che del contenuto dei neuromediatori centrali, ed è riuscito a rinormalizzare la inibizione ipotalamica con la elettrostimolazione, ripristinando la resistenza ai tumori da trapianto. Il che conferma, dopo quindici anni di incredulità, i favorevoli effetti sull'evoluzione di tumori organici ottenuti da Golfarb, Driesen, Gole, Bowers, Crosby, Machol (1967) in casi trattati con l'elettroshock. Insomma manca ancora la conoscenza dei meccanismi del famoso salto freudiano; ma tutto indica che ci stiamo arrivando molto vicino. E a proposito di malati mentali, non si può non citare la loro esigua incidenza di cancro (De Gaetani 1947, Speciani 1948, Masturzo 1973): nonché le ricerche (1972) di Rassidakis e coll., rilevanti statisticamente che la schizofrenia, (dove il coinvolgimento psicosomatico è abolito per mancanza di reazione sentimentale) dà protezione anticancro totale. Di fronte alla estrema difficoltà e complessità delle ricerche appena descritte si pone l'apparente facilità degli interventi psicoterapici. Ma è una pura illusione: si tratta invece solo di un trasferimento per delega all'organismo, e per esso al suo centro organizzatore, di ripristinare la normalità di quelle meravigliose potenzialità per noi dichiaratamente impossibili, per lui materia banale di ogni ora. L'unico e universale errore è che la psicoterapia (cioè il messaggio al nucleo onnipotente e inconscio dell'organismo) limita la sua azione al solo piano psicologico della persona, trascurandone gli altrettanto onnipotenti riflessi sul soma. Cosicché quando gli effetti somatici ne conseguono, questi appaiono sorprendenti per i loro stessi autori, e negati da tutti gli altri.

Per l'utilità della psicoterapia negli stadi anche terminali dei tumori si è battuto da sempre Le Shan con la sua crisis therapy che è essenzialmente un palpito d'amore: «Nella psicanalisi tradizionale il punto più importante è la obiettività e il non-coinvolgimento ... La crisis psychotherapy lo rifiuta. Io credo invece che ... la reale comprensione di una persona sia raggiunta solo interagendo con lei. Da questo punto di vista è necessario amare per comprendere». Tecnicamente la psicoterapia del paziente terminale è concentrata sulla espansione, crescita e liberazione dell'Io più che sulla guarigione fisica, cioè sulla estensione dei valori personali più che del tempo. Ma il messaggio funziona lo stesso a questo fine: ritrovando la perduta ragione di vivere -magari solo per quel medico - e perdendo la disperazione, il cancro può migliorare, come le statistiche di Le Shan e la sua attività dimostrano. Tutta diversa una considerazione di G. Mathé (1979) «... i pazienti affetti da cancro non si preoccupano del tipo di vita, ma della speranza di sopravvivenza che posso offrire loro ...». Ma l'offerta di Mathé si limita alla strategia bisturi-chemio-radioterapia e forse immunitaria, e i suoi pazienti rispettano regolarmente le prognosi.

Un altro mezzo è quello dei già citati Simonton, che abbinano alla radioterapia una psicoterapia di sostegno e la semplice visualizzazione del tumore. Ne ha parlato, a Bressanone 1981, la Achterberg («Visualizzazione del cancro: un'arma diagnostica e terapeutica»). I risultati del ricorso a questo tipo di «saggezza del corpo» li abbiamo già citati e non li ripetiamo. Ci interessa invece una affermazione dei Simonton: «Molti medici non sono d'accordo, ma la schiacciante evidenza dimostra che il sistema delle convinzioni del medico gioca una parte integrale nella risposta del paziente al trattamento. Se ciò è vero, la responsabilità del medico e più pesante di quanto i più non vogliano accettare». Tanto difficile da digerire? Allora perché con certe persone, che non ne hanno paura, animali e bambini stanno buoni e tranquilli, e con altre no? Ciò che è vero è che le comunicazioni interumane non si esauriscono con le parole e con i gesti. Nel cervello funzioniamo solo con l'emisfero sinistro, e il destro, che cosa ci sta a fare? Eppure non è atrofizzato, come la natura farebbe se fosse davvero inutile.

La conclusione è che per ottenere qualsiasi risultato - soprattutto nell'ambito psicologico - occorre crederci e ancor più per modificare la vita altrui. Se così non fosse Yujro Ikemi (che e stato presidente del IV Congresso internazionale di Psicosomatica a Kyoto 1977) non otterrebbe (persino sui suoi assistenti) quelle tante «guarigioni spontanee» di cancri inoperabili che dimostra istologicamente ai congressi scientifici. Come le ottiene? Valendosi della naturale saggezza del corpo, principale base della tradizionale medicina orientale. Strumentalmente si serve di ogni mezzo che favorisca il controllo della mente, dal teatro Noh, al Jyudò, al Kendò (la scherma giapponese) al Sadò (la cerimonia del tè) al Kadò (la disposizione dei fiori) al Kydò (l'arco). Ottiene così il Taitoku (che significa comprendere attraverso il corpo) e persino il Satori (l'illuminazione della mente). Oppure fa cambiare radicalmente il modo di vivere, e manda l'industriale a fare il monaco, e il monaco a fare il pescatore. Guariscono (21 casi comunicati a Kyoto 1977). Per far questo, cioè la restaurazione olo-organica dell'equilibrio perduto, occorre arrivare col messaggio all'anima (l'ID dell'Uomo integrato). Ma quest'anima, dentro di noi, dov'è?

Ultimo aggiornamento ( Monday 31 March 2008 )
 
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