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1.6
trascrizione di
Gabriella Delfante
Negli anni tra il '60 e il '70 l'uomo ha scoperto improvvisamente, con la ecologia, l'ambiente nel quale vive. Prima l'aveva dato per scontato nella sua vastità (infinita) e nella tolleranza (senza limiti) dei suoi interventi e del suo inquinamento biologico. Ha cominciato ad accorgersene quando i limiti di tolleranza sono stati troppo avvicinati, fino al punto di danneggiare la sua esistenza. Eppure c'erano, nella storia umana, spunti di concreta riflessione per tenerne conto. Per esempio uno dei fattori più misconosciuti che hanno costretto per millenni le società umane al nomadismo è stata probabilmente la mancanza di fogne. Dove furono inventate (come a Mohenjo-Daro in India, cinquemila anni fa; dagli etruschi a Roma, tremila) poté fiorire la civiltà urbana; altrove qualsiasi concentrazione di uomini e di animali diventava, alla lunga, pericolosa e inabitabile. Il problema igienico deve essere stato molto grave, visto che ha lasciato traccia addirittura in quella storiografia arcaica dell'umanità che è la mitologia. La sesta fatica di Ercole è infatti la pulizia delle stalle di Augia, re dell'Elide e figlio del sole, ottenuta dall'eroe con la troppo radicale deviazione dei fiumi Alfeo e Peneo che spazzarono via, insieme all'immenso letame, anche le stalle «che ammorbavano il mondo», con la giunta dello stesso re. In mancanza di ercoli la soluzione era l'abbandono di una sede residenziale «non più gradita agli dei» visto l'aumento delle malattie (infettive e da sudiciume) per traslocare in un'altra, nella illimitata verginità della Terra. Se fosse una tribù nomade oggi l'umanità dovrebbe traslocare, visto che l'inquinamento della sua sede residenziale ha superato il livello di guardia. Ma dove, se tutto il pianeta è infetto, e il volo interplanetario ancora di la da venire? Cosicché è costretta a rimanerci contro ogni regola di prevenzione primaria, subendo una serie di malattie difficili da curare, e ancor più da evitare. Tra esse si contano quelle causate dalla radioattività artificiale, dal traffico e dai suoi gas, dal rumore, dagli avvelenamenti chimici e fisici dell'ambiente, dall'acqua, dagli alimenti, persino dalle nuove molecole industriali e medicamentose ogni anno inventate per il suo benessere e per la dichiarata difesa della sua salute (vedi l'appunto di G. Mathé sulla azione cancerogena di almeno un migliaio di esse).
Tra le malattie che ritroverebbero la loro causa nell'ambiente è stato elencato anche il cancro; ma abbiamo già segnalato che tutte le cause esterne danno ragione di un massimo del 10 per cento dei tumori, lasciandone il novanta nel mistero. E non ci sono soltanto i tumori, nel corredo patologico della civiltà; un andamento statistico parallelo è dimostrato dalle malattie cardiovascolari, cresciute anch'esse esponenzialmente fino a diventare la prima causa di morte dei paesi civili. Nonostante le migliaia di medicamenti vecchi e nuovi che la farmacopea offre per questo tipo di mali, la loro continua crescita riflette la reale incapacità dell'allopatia a curarle nelle cause, a parte i provvedimenti sintomatici, oltretutto motivo del cosiddetto iatrogenismo. Lo stesso avviene per tutte le malattie degenerative; ciò significa (ricordando Marziale) che la scienza moderna (allopatica) non è ancora riuscita a conoscerle. La domanda cruciale che si pone alla medicina sociale è la seguente: «Perchè, mentre la mortalità infettiva scende esponenzialmente allo zero, quella degenerativa nonché del cancro rivela in ogni comunità sviluppata un enorme aumento, che nessuna ipotesi tradizionale ha saputo finora interpretare?» Solo la rilettura in chiave psicosomatica delle statistiche mondiali consente di aprire un nuovo spiraglio sul mistero, con la speranza di svelarlo.
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LE ILLUMINANTI STATISTICHE GLOBALI
Il sospetto che il progresso dell'uomo non si identifichi con la sua felicità è esploso universalmente solo insieme alle atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Nel successivo trentacinquennio, contesto di allarmi sempre maggiori, si sono indagati prevalentemente i danni da fenomeni fisici, chimici o biologici concreti, dalla radioattività all'inquinamento. Quasi nessuno - neppure la psicosomatica tradizionale - ha correlato la patologia moderna con il comportamento umano nell'ambiente modificato dalla civiltà. E nessuno aveva tentato di isolare analiticamente, nella nozione globale di progresso civile, i suoi fattori elemento di danno, e tanto meno di misurarne l'intensità. È stata perciò condotta (Speciani L. O., Basel 1972) un'analisi dettagliata sulle malattie cardiovascolari e sul cancro, che oggi, costituendo rispettivamente la prima e la seconda causa di morte nei paesi sviluppati risultano quasi paradigmatiche della «civiltà».
Le recenti statistiche hanno reso ormai superate le discussioni sul loro aumento reale o solo apparente (per migliori disponibilità diagnostiche o maggiore coscienza sanitaria). L'annosa e sterile controversia era basata su un vizio di selezione, consistente nel porre a confronto i numeri relativi ad uno o più singoli settori di questa patologia arbitrariamente isolati dal complesso. Si è rilevato ad esempio in questi ultimi anni che le curve dell'infarto miocardico in America vanno appianandosi, e persino in qualche stato diminuiscono. Ma crescono l'arteriosclerosi e le emorragie cerebrali, che sono altrettante complicanze casuali del medesimo disturbo generale, cioè lo squilibrio del sistema cardiocircolatorio. Per le degenerazioni cardiovascolari si tende ormai a considerare il fascio patologico nel suo complesso globale. Lo stesso non si avvera invece per il cancro, fino a questo momento. Per esempio il contributo importante (1981) di un brillantissimo scienziato come B. H. Fox, field-manager del prestigioso Bethesda, cioè del National Cancer Institute americano, insiste ancora sullo stesso fondamentale errore, rilevato e discusso da L. O. Speciani al IV simposio Eupsyca (Gruppo di Lavoro Europeo per la Ricerca Psicosomatica sul Cancro) di Bressanone, giugno 1981. Studiando «I fattori endogeni psicosociali nell'incidenza di cancro in vari paesi», Fox ricade nella illecita classificazione delle cosiddette sedi differenti della malattia, che ricordano l'errore logico, già segnalato, delle infinite classificazioni cliniche della tubercolosi, prima della scoperta del P.A.S. e della streptomicina. Queste sono oggi scomparse, restano solo la pleonastica divisione tra TB polmonare ed extrapolmonare; il fattore discriminante è stata la scoperta di una terapia antibiotica veramente efficace per quella malattia batterica, le cui «sedi differenti» erano soltanto le conseguenze sintomatiche dell'infezione oloorganica. Nel caso che l'umanità conquisti una cura efficace per il cancro, è prevedibile il medesimo destino anche per le «sedi differenti» di quest'ultima malattia. Ma questo è possibile solo dopo l'accertamento delle sue cause, mentre la ricerca etiologica è tuttora frastornata dalle equivoche statistiche dei «cancri diversi».
Qual è, di grazia, la differenza tra un adenocarcinoma dello stomaco e uno dell'intestino? O bronchiale? O mammario? Nella mia attività di istologo anatomo-patologo io - e tutti gli altri - non ne abbiamo mai trovata nessuna. Lo stesso mi è accaduto come studioso di medicina sociale, e ancora di più come medico psicosomatico. Nell'esclusivo ambito della ricerca le «sedi differenti» costruiscono un universo artificioso, nei cui confini i confronti statistici rigorosamente computerizzati appaiono forse matematicamente esatti, ma logicamente insoddisfacenti; tutti i lavori più raffinati condotti su queste basi sono privi di qualsiasi significato. Quale tipo di interpretazione si può infatti dare a variabili di incidenza così enormi quali il 104:l (per il cancro epatico, tra i maschi del Mozambico e quelli norvegesi) o il 500:l (tra i maschi dai 25 ai 34 anni del Mozambico, e un analogo campione statunitense)? Nessun brain-storming è in grado di ricavare valide informazioni dalla irrealtà di queste differenze artefatte, il cui crescere e diminuire corrispondono semplicemente a variabili stocastiche (casuali) di una metonimia (la parte per il tutto), non dell'intero fenomeno del cancro. Sono invece accettabili le «ragioni» che possono sottostare alle diverse localizzazioni: le variazioni dietetiche, l'acqua inquinata per le forme gastroenteriche; il tabacco per il cancro polmonare; la calce e il betel per le forme indiane della bocca; le colle industriali per le forme nasali dei tappezzieri; le betanaftilamine per la vescica, e così via. Talvolta le «ragioni» sono più opinabili, per esempio quelle basate sulla «scelta della psiche profonda» (come il carcinoma orale di Freud, attribuito dagli psichiatri al suo complesso di colpa, per avere usato nella nuova disciplina della psicoanalisi un mucchio di «brutte parole»...). Qui sono d'accordo con Fox nel dare all'argomento un credito assai scarso; comunque questo risulta essere l'unico fattore intangibile offerto come spiegazione, tutti gli altri appartenendo al campo concreto e meccanicistico. E lasciamo pure che lo siano: la sede di un cancro è probabilmente scelta dall'organismo a livello di un organo o di un sistema cronicamente stressati da qualsiasi fattore concreto (parassitico, infettivo, chimico, infiammatorio, di carenza vitaminica, di neurotrasmissione correlata alle secrezioni di ACTH, catecolamine, corticosteroidi...) oppure di uno intangibile (depressione, disperazione, angoscia... cioè l'emozione con tutti i correlati).
Ma la suscettibilità al cancro è sicuramente un argomento che interessa la centralità dell'organismo: l'indebolimento dei controlli organici che ci conservano uguali a noi stessi durante l'intera vita, siano essi atti alla «sorveglianza immunologica» di MacFarlane Burnet o all'imprinting dell'ID (anima) nel mio modello di uomo integrato. Perciò, considerando questo vero uomo nella sua natura olistica, dobbiamo registrare la sua patologia psicosomatica non frammentata in una folla di sintomi, ma almeno per categorie sintetiche di malattia: le cardiovascolari globali, per esempio, o tutti i cancri insieme. D'altronde anche Fox (1978) riconosce che «assumendo l'ipotesi che i fattori psicosociali che precedono la malattia interessano tutti i cancri, la scelta del gruppo statistico di tutti i cancri come settore di indagine è corretta». L'argomento è rafforzato dal ricordo della medesima inutile controversia trascinatasi per anni sulle sedi diverse della patologia cardiovascolare. L'accanirsi di ricerche su una sola di esse, come l'angina pectoris distinta dall'infarto miocardico, o l'ipertensione arteriosa distinta dalla emorragia cerebrale, conduce alle medesime deduzioni inconclusive (su pura base matematica) che costringono Fox a scrivere (1981) «nel corso degli anni le variabili correlate al cancro sono molte, e di tutte le direzioni... i fattori psicosociali endogeni sembrano dare un piccolo contributo visto che la somma algebrica degli effetti buoni o negativi, approssimativamente uguali, risulta in un valore vicino allo zero... ». C'è da notare, allora, che la stessa deduzione può applicarsi, in base ai medesimi risultati statistici, anche a qualsiasi altro fattore di possibile interferenza con l'incidenza di cancro! Invece le sue deduzioni derivano soltanto dal segnalato vizio di selezione fondamentale delle sedi differenti, come appare dalla sua prosecuzione: «...occorre esaminare il ruolo degli stressor con attenzione ancora maggiore nel caso in cui l'incidenza di cancro diminuisca (sottolineato da lui!), come quello del collo dell'utero per i latini e quello dello stomaco nei giapponesi...».
Al contrario, se si adotta il trattamento globale delle statistiche del cancro (come io ho fatto da Basel 1972 in poi) non esiste mai alcuna diminuzione, invece una costante crescita annuale mondiale minima del 2-3 per cento. E il confronto tra l'incidenza di tutti i cancri in sedi differenti (ma geografiche o socioeconomiche, o sociopsicologiche!) offre una illuminazione fortemente conclusiva, come vedremo più avanti.
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IL PROFILO SOCIOSOMATICO DELLA CIVILTÀ
Confrontando le curve globali di patologia. anche quelle della sola mortalità. risulta che il «profilo sociosomatico» di una comunità, a mano a mano che il suo sviluppo si accentua nel tempo, tende a comporsi in uno schema fisso: mentre la mortalità infettiva discende fin quasi a zero e le morti da traffico, dopo un iniziale aumento, seguono una asintote orizzontale. si registra un aumento esponenziale della patologia degenerativa: in particolare ipertensione, arteriosclerosi e tutto il gruppo delle malattie cardiocircolatorie con le loro sequele e complicanze: ulcera gastroduodenale e colica; gastriti e coliti non infettive, allergie, asma, reumatismo, diabete e turbe ormonali; epatopatie autoaggressive e sclerosi in placche: calcolosi epatica e renale, malattie mentali... e infine cancro.
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Fig. 2 - Profilo medico-sociale della civiltà
Nel diagramma della figura 2, - espressione grafica di una legge generale che non presenta eccezioni - è interessante non solo la incidenza delle curve, ma anche l'arco variabile ad esse attribuita che riflette una precisa realtà statistica. Così la patologia infettiva non solo procede con diminuzione esponenziale, ma registra costantemente una tipica riduzione numerica delle malattie tradizionali. Chi muore più infatti nelle comunità civili di lebbra odi vaiolo, di colera o di peste, di difterite o di morbillo o di salmonellosi? Il fenomeno è ormai tanto eccezionale da fare notizia come è appunto avvenuto. pochi anni or sono per i 17 bambini in tutto morti in Campania (Caserta e Avellino) per forme intestinali. Per settimane i giornali hanno riportato articoli scandalizzati sulla «morìa», dimenticando che appena cinquant'anni fa su 100 neonati ne morivano 50 prima di arrivare ai due anni. per difterite o patologia enterica. Ed è del 1980 la notizia diffusa dall'O.M.S. (Ufficio Mondiale di Sanità) relativa alla definitiva scomparsa del vaiolo dal mondo, il che rende inutile, e difatti abolita per legge, la vaccinazione antivaiolosa.
Per la patologia degenerativa diventa vero l'inverso: non solo si registra un aumento esponenziale, ma crescono costantemente di numero le malattie ad essa correlate (che ormai sono salite, quali cause di morte, dall'antico 5 per cento al 90 e più nei paesi «civili»). Il decorso della mortalità da traffico esprime un comportamento umano addirittura ovvio: essa si orizzontalizza quando la comunità ha pagato - in morti - il prezzo di una esperienza sufficiente a padroneggiare mediamente gli strumenti tecnologici posti a sua universalizzazione. Se domani fosse disponibile per tutti l'elicottero, i primi mesi o anni rivelerebbero una ripresa esponenziale della curva: la quale in seguito si orizzontalizzerebbe com'è avvenuto per l'automobile. Da quel momento in poi la crescita diventerebbe lineare, quale una semplice funzione correlata al numero dei veicoli circolanti. In base a questo comportamento matematico) si può tranquillamente dedurre che la patologia da traffico è un guaio della civiltà ma non una malattia sociale come vent'anni la qualcuno sosteneva.
La legge descritta risulta applicabile tanto allo sviluppo temporale di una singola comunità, quanto al confronto contemporaneo di comunità a differente livello di sviluppo socio-economico. Per esemplificare: se le statistiche medico-sociali di una comunità rivelano ancora una certa quota di patologia infettiva e una bassa di patologia degenerativa (come i popoli del centro Africa), la loro posizione sul «profilo della civiltà» è spostata a sinistra: la comunità è appena agli inizi del suo sviluppo tecnologico. Invece quanto più è elevato il tasso di patologia degenerativa, tanto più avanzato è il suo grado di progresso tecnologico. Esempio di questo tipo di analisi e la figura 3, nella quale la nozione di sviluppo è stata agganciata nonostante la sua sicura limitazione, al parametro del prodotto industriale lordo (P.I.L.) pro capite (Regioni Italiane, 1969).
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Fig. 3
L'impressionante parallelismo delle curve della mortalità cardiovascolare e dei tumori, e il loro concorde aumento correlato all'elevarsi progressive del P.I.L., propongono considerazioni generali di estremo impegno che saranno svolte più avanti. Si riportano intanto alcune risultanze statistiche che documentano l'interferenza modificante del cosiddetto sviluppo civile - o meglio tecnologico industriale - sul profilo medico sociale di una comunità. A): nella tranche di evoluzione storica 1940-69 l'Italia (totale) ha visto decrescere la mortalità per tbc da 78 a 5 per 100.000 abitanti, e quella infettiva e parassitaria da 185 a 24. Ma con tendenza esattamente inversa la mortalità cardiovascolare è salita da 326 a 455; quella per diabete (nonostante i notevoli perfezionamenti di terapia) da 6 a 22; quella per tumori da 80 a 184. B): nella tranche contemporanea dalla quale è stata estratta la figura 3 (Regioni Italiane, 1969) la Liguria, terza su diciotto nella graduatoria del P.I.L., risulta prima nella graduatoria di mortalità per patologia cardiovascolare, neoplastica e diabetica. Basilicata, Puglia e Calabria, rispettivamente al 15°, 16°, 18° posto nel P.I.L., risultano parallelamente al 13°, 15°, 16° posto nella mortalità cardiovascolare; al 16°, 17°, 18° in quella neoplastica; al 13°, 17°, 18° per il diabete: ma del tutto inversamente al 3°, 4° e 6° posto nella graduatoria della mortalità infettiva. Le statistiche di tutto il mondo, che rivelano un andamento sovrapponibile, sono da decenni a disposizione universale ma incomprese a causa della sterile limitazione ai puri fattori medici; mentre il confronto con almeno un fattore sociale, come il P.I.L., riesce finalmente a dar loro un significato logico e illuminante.
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ALLA RICERCA DELLE CAUSE
Ma quello che più importa è il tentare di analizzare le cause più probabili e la presunta correlazione con la «civiltà». Incominciamo con le malattie cardiovascolari.
Considerate che lo studio delle cause esterne all'uomo ha prodotto risultati così scarsi nella interpretazione scientifica del loro espandersi, esso è stato rivolto, in alternativa, al comportamento dell'uomo nelle aree di rischio statistico preferenziale. Il profilo sociosomatico della civiltà ci permette di confermare con i numeri le opinioni di Chavéz («non appena le condizioni sociali migliorano, il tasso di arteriopatici aumenta...») di Lian («l'infarto cardiaco è una malattia della civilizzazione»), e la profezia di Osler (U.S.A. 1896!) («a seguito delle tensioni e delle angosce della vita moderna, una degenerazione arteriosa diventa molto comune e si sviluppa spesso in età precoce...»). Il che è stato puntualmente confermato dalle autopsie di soldati ventenni U.S.A. in Viet-Nam e persino (Friedberg) dall'aumento di dieci volte in trent'anni della sclerosi coronarica nei mammiferi dello zoo di Filadelfia. Quasi senza limiti è la letteratura degli ultimi quarant'anni segnalante che l'infarto, l'ipercolesterolemia, l'ipertensione colpiscono preferenzialmente i dirigenti e i professionisti, l'età più attiva (30-60 anni), le aree urbane rispetto a quelle rurali, i paesi piu progrediti rispetto a quelli sottosviluppati. Invece di fare un elenco di nozioni già scontate si riportano solo alcune notazioni, interessanti perchè contrarie alle ipotesi patogenetiche più accreditate. Per esempio Gsell e Mayer (Svizzera) ritrovano livelli di colesterolemia minori nei montanari del distretto di Basilea-campagna, a dieta sovrabbondante di grassi, piuttosto che in comunità dello stesso gruppo etnico abitanti in Basilea-città. Bradlow (Sudafrica) trova la medesima incidenza di infarti cardiaci nei bianchi e nei non-bianchi: in una stessa cultura non è dunque possibile rilevare differenze genetiche o razziali. Ancora più significativi i reperti di Lennard e Glock (U.S.A.) che registrano un tasso assai basso di ipertensione nei negri in Africa, mentre negli U.S.A. la malattia è più grave e diffusa che tra gli stessi bianchi. Per la maggiore importanza delle tensioni rispetto alla razza depongono le ricerche di Keys. Kumura e Kusukava (U.S.A.) secondo i quali l'ipercolesterolemia e la malattia coronaria sono rare tra i giapponesi in Giappone, un poco più elevate alle Hawaii e negli immigrati a Los Angeles; ma dalla seconda generazione (Nìsei) l'incidenza raggiunge gli stessi valori dei bianchi (ovviamente i neoimmigrati si contentano di sopravvivere, i loro figli lottano per il successo...). Jan J. Kellermann (1974) rileva da una statistica di 4.000 israeliani in 35 kibbutz che «gli uomini di mezz'età presentano una incidenza di malattie coronariche superiore alla media, pari a quella dei manager che lavorano nelle città». Caceres (New England) ha seguito per molti anni i valori colesterolemici di 39 monaci trappisti (ritualmente vegetariani) e li ha visti corrispondere a quelli medi dei laici statunitensi.
Una luce peculiare proviene dalle statistiche raccolte in situazioni critiche di stress psicosociale. Già Barnes e Ball. Gould e Cawley, e McCaine (U.S.A.) avevano registrato l'aumento delle malattie cardiovascolari durante e dopo la crisi economica del 1929; ma recentemente in Jugoslavia, che non ha propriamente goduto una vita facile nell'ultimo trentennio. L'aumento della ipertensione di massa e delle malattie cardiovascolari è stato cosi rilevante (40% di tutte le cause di morte, a Belgrado 1970) che il servizio nazionale di sanità ha concesso a questo tipo di pazienti - contrariamente a tutti gli altri - ogni possibile medicina a titolo gratuito (Legge 29 aprile 1969). Infine, secondo il famoso cardiochirurgo M. De Bakey (1974), «bisognerebbe spiegare anche i troppi casi di infarto senza colesterolo» (e infine perché, parallelameme all'affermarsi femminilista della parificazione dei sessi, i tassi d'infarto femmmili stiano avvicinandosi a quelli maschili).
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L'INTERFERENZA DELLO SVILUPPO
Per quanto riguarda l'interferenza dello sviluppo con questa patologia sono state riviste le statistiche italiane di mortalità dal 1887 al 1970. Esse concordano con quelle mondiali per l'aumento globale delle malattie cardiovascolari: + 150 per cento sulla media nazionale. Se non che le singole curve regionali non dimostrano un decorso parallelo: in Piemonte e Lombardia rimangono pressappoco orizzontali fino al 1920-24, dopo di che salgono decisamente diventando infine esponenziali. In Abruzzo e Molise l'incidenza resta quasi la medesima dal 1987 al 1950, ma il suo valore si è raddoppiato nei successivi 15 anni, poi si esponenzializza (cfr. fig. 3). Per chi non sia ignaro della situazione socio-economica italiana risulta chiarissima la esatta correlazione temporale con le differenti date di decollo regionale: per le prime due dopo la prima guerra mondiale, per le ultimo due dopo la seconda.
Perfettamente documentata com'è, questa enorme massa di contributi non riesce ad esprimere una ipotesi soddisfacente circa l'incremento, per tre gravi pecche operative: il rifiuto a superare le ipotesi tradizionali; il vizio di selezione già discusso, del confronto delle singole forme e non delle statistiche globali: la mancata considerazione del sottofondo psicologico e sentimentale dell'uomo. Così accade al celebre patologo Aschoff (1932) di non sapersi spiegare la forte diminuzione dell'arteriosclerosi in Germania dopo la I guerra mondiale «nonostante - dice - il ritorno dei grassi nella dieta» (si è lasciato semplicemente sfuggire l'enorme sollievo psicosociale della fine della guerra!); e a Toor e Katchalsky (1960) nella ricerca sugli ebrei immigrati in Israele dallo Yemen, di indicare «forse» nello zucchero (citando Yudkin) la causa dell'enorme aumento della malattie coronariche e del colesterolo; trascurando il gravissimo stress del loro trasferimento da un paese tuttora medievale e deserto in uno ad elevatissimo livello di vita ma super affollato, e dove la lotta armata per la sopravvivenza è la realtà angosciante, e per loro aliena, di ogni ora diurna e notturna.
Al contrario l'analisi psicosomatica delle situazioni umane di rischio statistico cardiovascolare (dall'attività dirigenziale alla vita urbana, dalla immigrazione alle situazioni sociopolitiche frustranti) evidenzia almeno tre fattori costanti di rischio preferenziale: 1) la fatica decisionale; 2) la densità di popolazione; 3) lo stress da mutamento. Le tre condizioni descritte, operativamente, presentano per l'uomo un denominatore comune non concreto né esterno, ma psicologico e interno. Si tratta dell'aumento di numero e di intensità dei rapporti tra i vari livelli interni della persona chiariti nel modello dell'Uomo Integrato del capitolo 3. Espresso in linguaggio comune esso rappresenta semplicemente quel fenomeno finora descritto come alienazione, tensione, angoscia esistenziale, ecc., che accompagna cronicamente la condizione dell'uomo quando i suoi abituali modelli di vita vengono violentemente e rapidamente alterati (in meglio o in peggio!). Esempi? I sei telefoni sulla scrivania del dirigente vengono subito in mente a tutti, ma non altrettanto l'angoscia della massaia nella scelta di uno tra i venti detersivi altamente pubblicizzati, ammiccanti dallo scaffale del supermercato. E per quanto riguarda l'aumento dei contatti umani di ogni tipo (e dei loro riflessi intimi) col crescere della densità di popolazione. Alfred Korzybski ha dimostrato che esso va al di là di ogni valutazione intuitiva. Il calcolo accerta che se le possibili relazioni tra 5 individui e un «capo» sono 100, nel caso di 10 individui, sempre con un solo capo, la cifra sale a 5.210. L'indice che esprime il coinvolgimento psicologico dell'individuo dimostra dunque un andamento esponenziale, esattamente come le curve della patologia cardiovascolare (e del diabete, e dell'ulcera gastroduodenale...). quando la sua comunità di appartenenza «decolla» sul piano socioeconomico, cioè quando è benedetta dalla civiltà sotto la specie moderna dello sviluppo tecnologico-industriale, con il suo imprescindibile corteggio di vortice consumistico e di vertigine informativa. Cosicché, sulla scorta delle statistiche più inoppugnabili. si può confermare la non tanto ironica asserzione del fisiologo A.C. Ivy (1973): «La principale ragione per cui al cane non viene l'ulcera duodenale è che non legge i giornali».
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IL PARALLELO COL CANCRO
Riprendiamo era in esame le considerazioni imposte dal dimostrato parallelismo delle curve di mortalità delle malattie cardiovascolari e dei tumori (fig. 3). II rilievo, di eccezionale interesse, sembra indicarci anche per il più terribile parametro della civiltà, una correlazione dello stesso segno e valore di quella già esposta per le malattie cardiovascolari, cioè psicosomatica (originante dal mondo emotivo) piuttosto che esterna all'uomo. D'altronde - a parte il mistero delle sue cause - nemmeno del suo continuo aumento la scienza ha saputo rendersi ragione. È allora utile ricordare che in tema di malattie neoplastiche le uniche certezze, almeno patogenetiche, sono state ottenute con il metodo epidemiologico: dal cancro scrotale degli spazzacamini londinesi correlato da P. Pott (1775) alla fuliggine, all'adenocarcinoma nasale dei boscaioli francesi, dal cancro vescicale da betanaftilamina al linfoma di Burkitt. È stata perciò applicata anche alle neoplasie la stessa ricerca delle «aree di rischio statistico preferenziale» già descritta per le malattie cardiovascolari. Usando come materiale di base le più aggiornate statistiche mondiali del cancro, quelle raccolte ed elaborate dal comitato epidemiologico dell'U.I.C.C. (Doll e collaboratori, già citati).
Già dai due monumentali volumi pubblicati da DOLL sull'argomento (Cancer incidence in five continents) nel 1966 e 1970 l'interpretazione dei rilievi epidemiologici appare altamente significativa. Per esempio l'incidenza globale per 100.000 e assai più alta nella Germania Federale (387,2) e Democratica (319,4), in Svezia (306,8), nel sud-ovest industriale inglese (352, 2) e a Birmingham (300,0) piuttosto che a Bulawayo in Rhodesia (66,0), a Bombay (69,7) o ad Ibadan in Nigeria (38,7). Lo stesso modulo differenziale si riscontra tra l'incidenza di Varsavia (239,9) e quella della Polonia rurale (153,1) e in tanti altri casi. L'interferenza dello sviluppo industriale sembrerebbe fin qui abbastanza ovvia. Ma come spiegare i numeri variabili in un medesimo ambito culturale e socioeconomico, per esempio El Paso: per i latini 128,4. per gli anglosassoni 234,2? È più imbarazzante ancora, l'incidenza globale per Israele (171,6) che riferita alle singole componenti etnosociologiche rivela 369,2 per gli ebrei di immigrazione europea e U.S.A.; 132,7 per gli ebrei asiatici ed africani; 63,6 per gli arabi d'Israele, ma 30,7 per i Sabrà (ebrei nati in Israele)? Difatti il gruppo di ricerca dell'U.I.C.C. non riesce a spiegarlo, neppure ricorrendo ad ogni possibile variante ambientale: dalla densità di popolazione per Kmq alla altezza sul mare, dalla latitudine alla temperatura media, persino dal numero di letti al numero di medici per 1.000 abitanti.
Nasce perciò il sospetto che il vero fattore d'interferenza non si ritrovi semplicemente inscritto nell'ambito concreto tradizionalmente analizzato. Effettivamente l'epidemiologia dei tumori riconosce aree di rischio preferenziale coincidenti con le zone a forte sviluppo industriale, dove anche l'inquinamento è maggiore. Ma abbiamo già citato i dubbi di Doll (1967) sul suo ruolo unico nel cancro polmonare, in base alle ricerche di Buck e Brown; Mantelli (Roma 1969) ha documentato che la mortalità per cancro polmonare e del 12,3 per centomila nelle grandi città, ma solo del 3,3 negli agglomerati urbani sotto i 5.000 abitanti, rurali o industriali che siano. E già prima (1955) Haenzel. Marcus e Zimmerer avevano segnalato per lo stato agricolo U.S.A. dello Iowa il 32,8 per centomila di tumori nelle zone urbane (non industriali) contro il 12,1 in quelle rurali. Dunque la densità di popolazione dimostra maggiore interferenza dell'inquinamento probabile. Ma l'importanza dei fattori di stress psicosociale emerge ancora più evidente dalla rilettura in chiave psicosomatica del lavoro di Doll del 1972. In esso, alla ricerca della sempre sfuggente significatività, Doll ha registrato per 99 paesi l'incidenza dei cinque tipi di tumore più diffusi e più esattamente rilevabili (esofago, stomaco, colon, polmone, mammella) nel gruppo di età più colpito (35-64 anni). Purtroppo, come già detto, ha conservato l'arbitraria distinzione tra le «diverse» forme, ciò che riduce il suo universo statistico a una congerie di dati casuali, priva di qualsiasi significato. Ma se invece che i tassi singoli si considera appena la somma delle cinque incidenze, i più elevati tassi di rischio compaiono, sviluppo o no, nelle aree e nei gruppi sociali sottoposti ai più violenti stress esistenziali.
In Sudafrica i bianchi registrano 224,2, ma i negri (apartheid!) 242,1; in U.S.A. i bianchi 217,0 contro il 262,5 dei negri dopo la diffusione dei black-power movements; in Nuova Zelanda i bianchi 249,0, ma i nativi e decaduti Maòri il 293,2. E nel singolo territorio delle Hawaii (U.S.A.) a parità di ogni condizione sanitaria, i bianchi dominanti il 292,2; i cinesi, che pescano e commerciano, 233,3; i giapponesi, che si portano dietro dovunque la loro ben bilanciata autarchia familiare, il 192,1; i filippini, per i quali ogni giorno è nuovo, un esiguo 87,9; ma i nativi hawaiani, ancora ottanta anni fa «signori del mondo» (così chiamavano le loro isole) e oggi precipitati nel ruolo fisicamente saluberrimo ma psicologicamente frustrante di semplici marionette turistiche, un terrificante 375,0 per centomila. Per questi ultimi esempi abbiamo fatto qualche accenno al sottofondo psicosociale: è possibile applicare la stessa tecnica anche alle misteriose statistiche d'Israele?
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I NUMERI DELL'ANIMA
Certo, e il risultato è estremamente significativo per l'identificazione del fattore interferente: che è la intangibile condizione psicologica, assolutamente dissimile, dei vari gruppi immersi tutti nello stesso ambiente concreto. Gli ebrei di immigrazione europea e U.S.A., trasferiti in un paese inquieto e contestato con l'angoscia cronica di un passo irreversibile e forse errato (ricordato probabilmente ogni giorno dalle mogli, col risultato che negli ultimi anni la emigrazione di questo gruppo da Israele supera ormai la sua quota di immigrazione), precipitati dal sistema capitalistico-monetario in quello (fino a tre anni fa socialista) senza neppure la moneta nei kibbutzim, e con un'inflazione del 150% l'anno, nel rischio sempre immanente della morte violenta, essi soggiacciono a uno stress esistenziale straordinano e incessante. Parallelamente la loro incidenza di tumori si rivelava più alta di tutte. Le condizioni di stress diminuiscono per gli ebrei ex-asiatici ed ex-africani (visto che nei paesi d'origine erano ancora di moda i pogrom) e sono ancora più ridotte (fatalismo ed inerzia!) per gli arabi d'Israele; e all'altro estremo della scala troviamo i Sabrà, nati in Palestina. Per essi il vivere pericolosamente, o il modello sociale dei kibbutz, è addirittura l'aria di casa, anche se già per arrivare interi alla scuola materna dovevano imparare a defilarsi dalle mitragliatrici giordane. La loro incidenza del 30,7 per centomila dimostra che, dentro, sono sereni e persino gratificati dalla rinascita del loro Stato nazionale dopo duemila anni di diaspora: il che rende loro accettabile e «normale» qualsiasi attuale turbamento ambientale.
È forse dunque il cancro, come le malattie cardiovascolari, un ulteriore sintomo biologico della infelicità individuale e di gruppo? Comunque il rischio statistico preferenziale accerta che questa patologia somatica è direttamente collegata con il sovraccarico psicologico, responsabile di quel coinvolgimento psicosomatico o Delta Psi che studieremo nel capitolo 12. Ne fanno fede anche centinaia di lavori statistici di psicosomatica, e citiamo per esempio Schmale e Iker (1971) che sono stati in grado di predire quali, di un gruppo di 68 donne considerate predisposte al cancro del collo dell'utero, sarebbero risultate istologicamente positive alla biopsia, e quali negative, basandosi esclusivamente sulla presenza o sull'assenza di un forte potenziale di disperazione o su sentimenti di disperazione esplicitamente dichiarati. Sul piano sperimentale G. Mathé (Inchiesta sul Cancro, 1979) pur ricordando con un pizzico di ironia W. Reich, che considerava tutte le malattie, compreso il cancro, quale espressione dell'orgasmo sessuale insoddisfacente, è costretto a segnalare da V. Riley, 1975, che «nei topi AKR, geneticamente predisposti, la percentuale delle leucemie cade, dall'usuale 90 per cento se gli animali sono isolati, al solo 25 per cento se vengono raggruppati in gabbie in ragione di due femmine per un maschio. Chi lo voglia, ne tragga una conclusione...». È appunto quello che intendiamo fare; e se l'amore come antistress serve a combattere il cancro, perchè non prescriverlo invece dell'inutile e tossica chemioterapia? Abbiamo bisogno di lottare più efficacemente contro lo stress, visto che l'ambiente (civile) che ci circonda ce ne dà una carica ormai intollerabile.
Chi scrive è diventato noto nel 1972 (Basel) per il profilo medico-sociale della civiltà che dimostrava statisticamente per le malattie degenerative, e per il cancro, una correlazione con l'ambiente «civile». Al congresso mondiale sul cancro di Firenze 1974 J. Higginson dell'U.I.C.C. ha dichiarato che l'80 per cento dei cancri origina dall'ambiente. Anche se le sue previsioni si sono poi ridimensionale al 60 per cento (Cancer, 1979) esse risultano accettabili solo se «l'ambiente» è considerato non soltanto - come era - nei suoi fattori concreti (le noxae esogene) ma anche nei suoi fattori intangibili, dalle istanze sociali alla reazione interna all'affollamento, al disadattamento, al rumore, allo scadimento delle relazioni interpersonali, fino a tutto il mondo tormentato delle emozioni e dei sentimenti, con esito di frustrazione, perdita d'identità e angoscia esistenziale. A Buenos Ayres 1978 lo stesso Higginson ha mosso un altro passo verso la nostra ipotesi del 1972 (cioè la «civiltà») dichiarando che «il cancro è un flagello del benessere». Per quanto lieti di questo tardo riconoscimento, i risultati analitici degli ultimi nove anni ci costringono ad affermare che le ragioni colleganti il cancro con la sindrome sintetica del progresso (che vede nel benessere uno solo dei suoi molti parametri) sono di natura più sottile. Non si tratta infatti del benessere in se stesso, quanto piuttosto della velocità con la quale la comunità raggiunge uno stadio più elevato di progresso tecnologico (e di benessere). Quanto maggiore è la velocità, perciò lo stress individuale e collettivo, tanto maggiore risulta l'incremento di malattie degenerative e del cancro.
Per decidere l'argomento sono stati rivisti. su questa base, i dati ufficiali registrati dall'Ufficio Regionale di Salute della Lombardia e dall'Istituto Italiano di Statistica (ISTAT), per un totale di oltre 1.700.000 cartelle ospedaliere per il 1976 e oltre l.600.000 casi di morte per cancro negli anni dal 1960 al 1972. Le deduzioni più importanti - a parte la riconferma del «profilo socio-somatico del progresso» - sono state:
a) l'incidenza di cancro (per centomila) sul totale italiano è cresciuta dal 1960 al 1972 del 26 per cento; l'incremento del reddito 1964-71 del 22 per cento (concordanza delle due curve: r2 = 0,984).
b) l'incremento dell'incidenza del cancro si rivela maggiore in quelle regioni italiane dove è in corso un rapido sviluppo, in genere innestato su un basso standard di vita: Marche + 38%( r2 = 0,95); Abruzzo-Molise + 34%, (r2 = 0,86); Friuli + 32% (r2 = 0,90); al contrario e minore laddove un elevato progresso tecnologico e il benessere sono ormai una tradizione di lunga data: per esempio la Lombardia. +14% (r2 = 0,94).
c) un modulo esattamente uguale si rivela nelle diverse province della regione lombarda, dove Brescia, Cremona, Mantova, che in questo frattempo hanno virato da una economia prevalentemente rurale ad una industriale in attiva espansione, quindi aumentando il loro prodotto individuale rispettivamente del 16, 20 e 29 per cento più della media regionale, hanno visto crescere la loro incidenza di cancro dal 1960 al '72 del 24, 34, 30 per cento. Al contrario le già molto sviluppate Como e Milano (prodotto individuale del 7 e 4 per cento oltre la media) hanno dimostrato un aumento del cancro solo del 14 e 7 per cento, rispettivamente (da Speciani P., 1978).
Questi sono i numeri statistici dell'anima, dal rigoroso e inoppugnabile linguaggio. È sperabile che essi servano a far cambiare opinione a Saad Khoury curatore del Cancer, Hachette, 1979, che citando in una smilza paginetta su 416 un solo pizzico di psicosomatisti clinici e sperimentali (Riley, Parkes, Paoli, Aimez) e la loro ipotesi del cancro psicogenetico, ha ancora il coraggio di scrivere: «Queste affermazioni sono precarie perchè non si appoggiano su studi statistici validi... solo lavori più scientifici, che sfortunatamente mancano ancora (è lui, a non conoscerli!) possono rispondere alla domanda».
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