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1.4
trascrizione di
Giampietro Cattaneo
Il premio Nobel (in Medicina 1963) sir Mac FARLANE BURNET scrive nel suo libro ‘Genes, Dreams and Realities' (1973) nel capitolo Toward Progress in Cancer: «Non esiste un'area di studio biologico più affascinante che la ricerca di laboratorio sui cancro; non si può tuttavia evitare il disappunto. Perché il risultato di settanta anni di lavoro di tanti scienziati ‘first-rate' al costo di migliaia di milioni di dollari ha avuto una influenza così insignificante sulla prevenzione e sul trattamento del cancro?» Riferisce poi di essere stato «rudemente ripreso» per aver dichiarato nel 1960 «di non vedere speranze di miglioramento rivoluzionario nella cura del cancro. Questo è tuttora un atteggiamento impopolare. Finché i soldi per la ricerca devono essere chiesti a gente sfornita di conoscenze sofisticate in biologia, ogni genetista e biologo molecolare avrà cura di dire, a proposito della sua ricerca, che ha importanza per capire il cancro.» Il trucco funziona sempre perché il cancro è l'immagine viva della morte onnipresente nella nostra cultura che ne respinge visceralmente il pensiero; su questa base (Crile) «i responsabili della informazione al pubblico sul cancro hanno scelto di usare l'arma della paura, coltivando in un pubblico sensibilizzato un terrore che si sta avvicinando all'isterismo. Essi hanno creato una nuova malattia, la cancro-fobia, malattia contagiosa che si diffonde dalla bocca all'orecchio». E così i soldi e l'impegno sociale non sono mancati. «Con l'approvazione legislativa nel 1937 del National Cancer Istitute Act, gli U.S.A. si sono votati alla soluzione del problema del cancro» (Ackerman) fornendo alla ricerca un budget sempre più ricco. Per il 1957, ad esempio, i soli U.S.A. hanno contribuito con 56 milioni di dollari stanziati dal Congresso, oltre a 32 milioni raccolti dalla American Cancer Society; le spese erano allora di 100 milioni di dollari l'anno, oggi superano i 1.800 interamente coperti dal governo e dai privati. Ma purtroppo (C. JASMIN, 1979) «non si può pensare alla cancerologia come a un settore esclusivamente tecnico come l'astronautica, dove l'afflusso di mezzi sovrabbondanti ci ha portato in dieci anni sulla luna». Difatti (R. KUSS, 1979) «i risultati di questo gigantesco «investimento» sono ancora troppo esigui per giustificare il ‘trionfalismo' che si appoggia su statistiche troppo spesso fantasiose per convincere» (da Cancer, Hachette, 1979). Ma quali sono?
Citiamo dal testo universitario di ACKERMAN, 1962: «1) una ripresa di interesse di ricerca sull'origine virale (ma l'ottimismo di vent'anni fa è oggi defunto, e l'ipotesi virale radicalmente sconfessata dal congresso mondiale di Firenze 1974!); 2) sviluppo di programmi pianificati di ricerca sulla chemioterapia; 3) più attiva partecipazione dei clinici allo studio del cancro; 4) maggiore accettazione dei contributi statistici e analitici negli studi clinici e di laboratorio; 5) sviluppo di studi epidemiologici sulle diverse forme di cancro». E basta. Ne è valsa davvero la pena e il prezzo? Nel frattempo ormai da cent'anni, dall'inglese Abernethy ai famosi fratelli Mayo, a tutti gli attuali luminari del bisturi, si e radicato nei medici e nel pubblico il concetto del cancro come ‘malattia chirurgica', nonostante che questa «cura» sia stata dimostrata inutile dalle monumentali ricerche demografiche di Hardin Jones compiute per l'Accademia delle Scienze di New York (1956): «è accertato che non esiste differenza significativa nel tempo generate di sopravvivenza, sia che la chirurgia venga accettata oppure il paziente lasci che la malattia segua il suo corso.» (Lo stesso parere, nei confronti anche di ogni altro mezzo terapeutico attuale, è condiviso dal modernissimo e gia citato A. CATTAN, su «Cancer» Hachette 1979). Comunque (MacFarlane Burnet) «l'opinione medica attuale segue tre regole: 1) riconoscimento precoce del cancro; 2) asportare il tessuto maligno il più completamente possibile con la chirurgia; 3) usare i raggi X o la chemioterapia per combattere qualsiasi piccolo numero di cellule cancerose sfuggite all'ablazione chirurgica».
Statisticamente valide oppure no, queste regole di comportamento continuano a godere dell'«assenso delli superiori», cosicché (Crile) se un malato muore dopo essersi dolorosamente assoggettato alla terapia standardizzata «è morto di cancro, nonostante... », invece il consiglio dato, a qualsiasi stadio, di non operare può fare incorrere il medico in una causa di malpractice se il paziente muore (in questo caso sembra non più di cancro, ma per colpa del medico). Come mai? Perché (anche a non voler essere maligni ricordando che il cancro è (Crile) «big business», e il trattamento standard di gran lunga il più lucrativo, comportando per i soli U.S.A. un costo annuale di oltre sei miliardi di dollari per 500.000 cancerosi trattati) l'establishment difende le sue scelte anche con la forza della legge. Il Weinberger bill - entrato nella legislazione californiana il 21 gennaio 1957 - è stato approvato (Natemberg) «per la sua dichiarata intenzione di proteggere il pubblico da modi illegalmente pericolosi e inefficaci di trattamento anticancro, e di riconoscere solo i trattamenti di scelta, correntemente la chirurgia, i raggi X e poche chemioterapie. Senonché, quando solo alcuni approcci al trattamento di una qualsiasi malattia sono autorizzati e tutti gli altri diventano automaticamente illegali, ogni nuova possibilità di cura e ogni strada di ricerca vengono drasticamente limitati». Ma sembra che queste considerazioni metafisiche sul concetto di libertà (che è l'unico fertilizzante di ogni ricerca scientifica) non interessino all'attuale impostazione della lotta al massimo flagello dell'umanità. E perché dovrebbe? In fin dei conti, «informata» periodicamente da razioni di «aria fritta» come la seguente, emessa pochi anni fa da uno dei piu prestigiosi centri di ricerca del mondo (lo Sloan-Kettering Institute for Cancer Research): «Se le speranze e le previsioni dei ricercatori dello Sloan-Kettering saranno confermati da ulteriori ricerche, allora questi risultati potranno segnalare un qualche trionfo importante», l'opinione pubblica continua a ubbidire, generosissimamente, all'efficacissimo e ossessivo slogan della American Cancer Society: Fight cancer with a check-up and a check (Combatti il cancro con un check-up e un assegno!). Ed è naturale, perché il cancro non è una «malattia», ma essenzialmente ancora un tabu.
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IL TABU IN MEDICINA
Il tabu è l'interdizione o divieto sacrale, alogico, di persone, cose, luoghi, tempi, parole, descritto nel 1777 dall'esploratore inglese Cook a Tonga, in Polinesia, come stranezza propria a comunità incivili. Ma ricerche successive ne hanno ritrovato l'esistenza anche in altre civiltà attuali (India) o antiche (ebrei, greci, romani), in genere legata a riti religiosi o filosofici. Dovunque i tabu più importanti riguardano la nascita, la morte, il versamento di sangue: in sintesi simbolica quindi la vita nel suo sorgere, nel suo mantenersi, nel suo spegnersi. Il significato del tabu é stato chiarito da Siegmund Freud, quale indice di un conflitto intrapsichico tra intensi desideri inconsci e il divieto di tradurli in atto: nei riguardi della persona o dell'oggetto tabu il primitivo sente perciò, al tempo stesso, attrazione-repulsione e terrore, come il neurotico ossessivo nei confronti di certi oggetti o situazioni (Totem e tabu). I desideri piu colpiti dal tabu sono - secondo Freud - quelli dell'incesto e del parricidio: in sintesi quindi ancora e sempre la vita, negli strumenti antropomorfici del suo trasmettersi. Per quanto possa sembrare impossibile a chi la crede tutta scienza e macchine, la medicina soffre acutamente, oggi assai più che nei tempi andati, di una gravissima interdizione irrazionale, cioè di un vero e proprio tabu, nei confronti della morte o della sua supposta inevitabilità.
È esattamente in ordine al suddetto tabu che, sebbene la lotta alla morte sia la sostanza stessa dell'arte medica, il paziente terminale è un vero paria nell'ospedale moderno. Ne fa fede una ricerca compiuta all'università di Chicago dalla psichiatra Elizabeth K. Ross. Essa ha scoperto che l'accettazione della morte prossima attraversa cinque distinte fasi psicologiche, che importa conoscere e seguire (sarebbe lecito aggiungere «con amore») perché la frustrazione sia ridotta al minimo. Invece accade tutto il contrario: «il paziente che muore è circondato dalla cospirazione del silenzio, le infermiere sono più lente a rispondere alle sue chiamate, i medici lo sorvolano nel loro giro». La ricerca della Ross è riuscita, limpidamente, a enucleare nel comportamento il tabu: «Lo schermo difensivo che cerchiamo di erigere tra il paziente e l'idea della morte è in realtà destinato a proteggere noi, non il diretto interessato». Analoghe conclusioni, questa volta desunte dal comportamento dei malati, sono espresse dal dr. S. C. Klagsbrun, psichiatra del St. Luke Hospital di New York, dopo un esperimento di 18 mesi in una divisione di cancerosi. Rovesciando l'atteggiamento di freddezza dei medici e delle infermiere nel reparto ha osservato che la vita è rivissuta da questi pazienti, fino al momento terminale. Sappiamo già che questa freddezza non è altro che lo schermo difensivo della Ross, sintomo irrazionale del tabu della morte che scatta però di fronte al cancro anche mesi, quando non anni, prima che il paziente sia veramente terminale ma già condannato. Ciò ne fa un paradigma perfetto del malato cronico e senza speranza, per l'analisi delle interdizioni alogiche che il mondo dei sani, quello dei malati e infine quello della medicina rivelano di fronte a una tale evenienza umana. Il tabu contro il cancro agisce a tutti i livelli di incontro, dalla propaganda alla ricerca. Esso si rivela già nell'atteggiamento dei sani di fronte alla malattia, mantenendola - come abbiamo già visto - unica fra tutti innominata (cap. 1).
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NELLA DIAGNOSI
I profani stupiscono perchè alla diagnosi di cancro segue, spesso a brevissima distanza di tempo, 1'esito infausto tra le sofferenze consuete. I medici esperti invece sanno che la malattia ha un decorso assai lungo, in genere più o meno latente, e soltanto alla fine l'andamento si fa tumultuoso, penoso per tutti e indomabile. Con tutto il gran parlare che si fa della diagnosi precoce (uno dei tre pilastri della lotta anticancro accettata e benedetta) essa viene fatta solo rarissimamente, per esempio nei tumori maligni cutanei, che di fatto guariscono nel 70 per cento. Nella massima parte dei casi la sua mancanza offre un saldissimo alibi a tutti gli insuccessi terapeutici («Se fosse venuto prima... »), alibi perfetto e pregnante in due distinte direzioni: la prima che insinua nel paziente un senso di colpa e di rassegnazione ad accettare qualsiasi trattamento e qualsiasi sorte; la seconda che - comunque vadano le cose - non è mai in discussione l'onnipotenza risanatrice della medicina. In base a questo falso alibi persino i medici psicosomatici (di derivazione psichiatrica) perdono tempo ed energia ad analizzare le componenti psicologiche che fanno ritardare al paziente l'arrivo alla definizione diagnostica. Solo che non c'è nulla di vero. Quando si pensa che i testi clinici riportano ancora come sintomi più o meno precoci del tumore polmonare il dolore, l'emoftoe e il dimagramento, mentre qualsiasi medico di schermografia li considera quasi terminali, risalta appieno la contraddizione tra la realtà e il suo riconoscimento medico attuale. Lo stesso vale per altri organi: un adenocarcinoma dell'intestino uccide quattro soli mesi dopo la diagnosi, in genere compiuta a seguito di una «occlusione intestinale a cielo sereno» e solo sul lettino d'intervento; ma per quanti anni, prima, è stato curato come colite cronica senza mai guarire? E la casistica potrebbe moltiplicarsi all'infinito. Non si fa qui questione di incapacità o superficialità diagnostiche, considerato il fatto che i segni generali di interessamento organico alla esistenza anche pluriennale di un tumore sono o totalmente assenti o insignificanti (a differenza invece di un ascessino radicale a un dente, che immediatamente alza la velocità di sedimentazione e il numero dei globuli bianchi).
Inoltre è importante riconoscervi un altro fattore, strettamente connesso al tabu: cioè la reazione inconscia del medico di fronte alla supposta condanna inappellabile che seguirebbe alla diagnosi di cancro (visto oltrettutto che i medici, ai quali manca il condizionamento positivo della speranza, hanno in genere più paura del cancro che i loro stessi pazienti). Questo atteggiamento inconscio conduce a una vera rimozione psicologica del sospetto di cancro dall'arco delle possibilità diagnostiche differenziali e a una diversa giustificazione degli scarsi sintomi eventualmente presenti, fino al momento nel quale la diagnosi si impone da sola (o piu spesso ad un altro sanitario, meno emotivamente coinvolto con il paziente in causa). Persino la diagnosi tecnologica del cancro, non precoce (come si usa dire) ma in fase preclinica (cioè prima che esplodano i sintomi terminali) è di una difficoltà estrema. Per non parlare di quelli endoaddominali non occlusivi. dove la radiologia è del tutto cieca, e l'unico mezzo di accertamento sono quelle dita che quasi nessun medico usa più, per quelli ovarici ad esempio, maligni nel 25-40 per cento delle statistiche, il congresso italiano di Ostetricia e Ginecologia del 1973 la dichiara addirittura impossibile (F. Gasparri). Solo per qualche tipo la diagnosi è possibile (polmoni ad esempio) sia per la trasparenza radiologica del viscere sia nella varietà broncogena per l'uso di analisi citodiagnostiche (Papanicolau) del materialc espettorato. Solo a questa situazione di privilegio è probabilmente dovuto il forte incremento differenziato del cancro polmonare negli ultimi decenni.
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NELLA PROGNOSI
Considerata soprattutto dai medici - più ancora che dai pazienti -irrimediabilmente infausta, la prognosi è la chiave motivazionale del comportamento diagnostico analizzato in precedenza. In questa fase (E. K. Ross) «i medici sono soliti fare due errori: dire al paziente condannato che non si può fare nulla per lui e stimare la probabile durata ulteriore della sua vita». Essi riflettono, ancora una volta, la reazione polinesiana al malefico genio del tabu. Che cosa possono fare gli eroici pescatori abituati a distrarre a mani nude lo squalo tigre per salvare un compagno, di fronte allo stesso fratello colpito dalla maledizione sacrale? Null'altro che lasciarlo morire, per non esserne a loro volta infettati. Contro ogni legge della logica e dell'umanità noi facciamo lo stesso, e incorriamo così in altri due errori alogici di condotta, addirittura contrastanti. Il primo si riferisce alle possibilità di guarigione spontanea. Per quanto eccezionale e misteriosa, e coperta da un tale pregiudizio che pubblicarne un caso significava spesso la squalifica scientifica dell'autore, la letteratura medica ne ha registrato faticosamente fino al 1957 almeno una sessantina di casi: i tre di Wohlbach e Cushing, 1927; i due di Shore, 1936; quello di Brusa e Orlandi, 1939; gli undici di Duke-Elder, 1940; i quattro di Wyatt e Farber, 1941; i 19 di Parker e Lees, 1950; i cinque di Stewart, 1952; i 18 complessivi di Sumner, 1950; Dunphy. 1952; Penner, 1953; Cowdry, 1955; Levison, 1955; Malleson, 1955; quello di Buffoni, 1955; i due di Natale, 1956; i tre di Sirtori e Pizzetti, 1957... Ma da allora, passata la paura dell'anticonformismo, le comunicazioni sono aumentate cosicché A. Cattan (1979) può registrare più di 300 casi di regressione spontanea, indicandone persino l'incidenza statistica (1:80.000). Tuttavia invece di ricavare, da queste realtà, materiale logico per distruggere il mito della totale invincibilità, il medico medio sa parlare soltanto di «condanna senza appello, a meno di un miracolo... »: dove ricompare il ricorso a un evento irrazionale e misterioso come all'unico capace di opporsi all'altrettanto misterioso e irrazionale tabu. Il secondo errore, paradossale, si attua in un paralogismo inibente, del tipo: «il vero tumore è quello che non guarisce». Probabilmente è soltanto questa inguaribilità per petizione di principio che impedisce ai medici di riconoscere - e alla letteratura di registrare - i molti altri casi di regressione spontanea che la statistica permette di prevedere, anche semplicemente in ordine alla pura casualità.
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NELLA TERAPIA
Già sul piano logico, la terapia del cancro soffre di un gravissimo handicap per la fondamentale ragione espressa dall'epigramma di Marziale già ricordato («non c'è cura per un male ignoto») che da 1900 anni ci risuona tragicamente nelle orecchie ad ogni nuovo caso, richiamato dall'assenza di una qualsiasi teoria generale accettabile e documentata sul cancro. Per questo da tanti anni la scienza ha cercato di combattere il concreto (o almeno il limitato comprensibile) nel tessuto da asportare, nella cellula da asfissiare o affamare o avvelenare o atomizzare, piuttosto che tentare - chissà dove, chissà come - di imbrigliare l'ignoto stimolo causale oloorganico della deviazione neoplastica localizzata. Questo vale anche, di massima, per le terapie antiproliferative introdotte dal 1945 in poi: le azotoipriti e gli alchilanti, gli ormoni sessuali, gli antibiotici, gli alcaloidi, gli antimetaboliti e gli enzimi; le quali tutte, dichiaratamente, non sono cure ma solo «trattamenti». Per converso quasi tutti i farmaci a supposta azione generale (colchicina, vincristina, vinblastina) sono arrivati alla sperimentazione scientifica dalla medicina popolare (delle Ande peruviane con la vinca rosea e vinca peruviana, cioè la famiglia delle pervinche; delle Alpi centroeuropee, con il colchicum, cioè il croco o freddolina) che, ignorando per principio il funzionamento dell'organismo, pretende di curare l'uomo tutto intero e magari con semplici estratti di fiori (curiosamente sempre alpini e di colore rosazzurro!).
Cura del tumore come sintomo, o possibile cura dell'uomo deviante, sono due strade diverse che forse finiranno felicemente per confluire, sempreché diminuisca anche in questa fase il peso eccessivo del tabu, che sembra inibire ai medici l'uso contemporaneo delle tre possibili terapie (chirurgica, radiante e medica) demandando la lotta contro la maledizione sacrale ai soli sacrali ferro e fuoco, nella moderna versione del bisturi e delle particelle subatomiche. Fino infatti al 1966 (A. Serio, «il Cancro» 3, 1966) solo lo 0,59% su 2.033 casi rivisti statisticamente erano stati trattati con tutte e tre. Oggi si crede di raggiungere chissà quali vittorie riparando in parte, nella «strategia anti-cancro», a questo cinquantennale errore; ma non è altro che un piccolo passo verso la logica, visto che non esiste alcuna alternativa tra terapie mediche, radianti o chirurgiche di una malattia. La terapia è sempre e solo un fenomeno unico, che si identifica con la guarigione, da ottenersi con il ricorso a tutti i mezzi che la scienza offre. In questo caso, purtroppo, assai scarsi. E nella fase terminale successiva, con il malato cachettico, sempre più anemizzato e dilaniato dalla sofferenza, il medico resta solo, con la terapia tradizionale: estratti epatici e morfina, una specie di belletto biologico che ricostituisce il tumore prima ancora che l'organismo, abbinato a un tranquillante che serve soltanto ai parenti del malato. In questa sua solitudine, ripetuta ad ogni nuovo caso che è costretto ad assistere, il medico matura, nei confronti del cancro, una gravissima frustrazione personale, radice del nichilismo prognostico che e stato gia ricordato. Nonostante i periodici bollettini di vittoria sulla malattia, la realtà cruda e che in tutto il mondo il cancro è la seconda causa di morte statistica (dopo il gruppo delle malattie cardiocircolatorie) quindi in realtà la prima, uccidendo già 330 uomini ogni ora, e cresce dell'1,5-3% l'anno, senza mai alcuna flessione da un secolo. Resta, almeno nei profani, il condizionamento della speranza, indotto dalle troppo incensate conquiste della scienza medica nell'ultimo secolo. Sennonché A. Sabin, il famoso scopritore del vaccino antipolio, intervistato a Siena nell'ottobre 1973 sul tema di quel possibile vaccino anticancro che aveva promesso di donare all'umanità e che ancora inseguiva nei suoi laboratori di Cincinnati (Ohio), è stato costretto a dire solo che «le sue ricerche sono alla fine del principio» e che «là dove esiste una teoria virale è auspicabile che vi sia la possibilità della scoperta di un vaccino e in tal senso vi sono studi nel campo della immunologia» (Battaglie Sanitarie, 15 novembre 1973). A parte il fatto che i più aggiornati immunologi di tutto il mondo, riuniti nel Brooke Lodge Meeting di Milano, febbraio 1974, hanno concordamente smentito questa possibilità, confermata dall'abbandono, pochi mesi dopo, dell'ipotesi virale al congresso mondiale di cancerologia di Firenze, la voluta nuvolosa ambiguità di Sabin era il primo prodromo della crisi che gli avrebbe fatto dichiarare un esplicito forfait l'anno successivo. Cosicché i medici, che a differenza della gente comune comprendono l'astruso linguaggio della scienza, continueranno, di fronte all'evidenza di un cancro personale (riconosciuto e incurabile) ad abdicare ad ogni speranza e alla loro razionalità, il che si avvera tanto se lo accettano santificandosi, quanto se decidono di accorciare le loro vite.
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PERCHÉ I MEDICI SI SUICIDANO
Una delle statistiche umane meno attendibili riguarda il suicidio. Per conseguirlo l'uomo si vale - piu spesso che nò - degli strumenti consueti del suo lavoro; i soli che vengano registrati appartengono invece al modulo tradizionalmente terrificante del tuffo dal ventesimo piano, del cappio sull'architrave, della pistola alla tempia o del gas. Ma Emma Rothschild per esempio, in un suo saggio sull'automobile (1974), riferisce uno studio medico-sociale di Houston (Texas), secondo il quale «negli incidenti d'auto mortali una vittima su sette sarebbe semplicemente un suicida». Poiché anche i medici usano l'auto la loro categoria partecipa a questa nascosta statistica al pari di qualunque altra. Ma in più hanno a disposizione in ogni istante una somma incredibile di mezzi letali (chimici e biologici) e soprattutto le conoscenze per raggiungere il fine che si propongono senza scandalo (né contestazioni assicurative). Per questa ragione le statistiche, già tragicamente illuminanti di per sé, vanno sicuramente aumentate di una quota destinata a restare per sempre ignota, dipendente dalla facilitazione tecnica che rende i medici legalmente signori della vita e della morte altrui (nonché della propria).
Il suicidio nelle classi culturalmente superiori è una realtà statistica nota da gran tempo. Per quanto riguarda i medici (già come studenti: Cady, 1970) essi prevalgono su tutte le altre categorie professionali, a parità di età. Tra i medici stessi prevalgono gli psichiatri, come segnala FREEMAN (1967), che ha rivisto tutte le necrologie settimanali dello J.A.M.A. (Journal of the American Medical Association) dal 1895 in poi. Per l'Inghilterra il tasso accertato di suicidio è nei medici maschi superiore del 225 per cento alla media per le stesse età e classi sociali; più di 1 su 50 medici si uccidono; il 6 per cento di tutte le morti dei medici sotto i 65 anni sono per suicidio, cioè lo stesso che per cancro polmonare.
Per spiegare il fenomeno, il British Medical Journal del 1964 che riporta queste statistiche avanza alcune interpretazioni ma dimenticata la più importante. Esso segnala: la disponibilità dei veleni, il drogaggio facile ed eccessivo, lo stress professionale intollerabile e senza pause, la frequente infelicità familiare, la solitudine di tutta la vita, l'ambivalenza (odio-amore per la morte) che ha condizionato la scelta della professione medica, la non-paura della morte, e persino l'«anomia» di Durkheim. Ma, dalle statistiche di DORPAT (1968) risulta che il 70 per cento dei suicidi hanno severe malattie fisiche, in genere incurabili. Ogni medico può attingere senza controlli dall'armadio farmaceutico le alte dosi di droghe sintomatiche che nega ai suoi pazienti, e rendono la vita ancora tollerabile. Per una sola malattia le droghe non funzionano, e questo è il cancro, malattia tanto psicosomatica da investire e distruggere il corpo e l'anima insieme.
È esatto che il medico, in genere, non teme la morte; conosce dalla sua esperienza d'ogni giorno che essa è priva di dramma per chi la subisce, e persino quasi sempre anche di sofferenza. Ma gli fa paura il dolore. soprattutto quello incomprimibile. soprattutto quello inutile... e lo evita uccidendosi, cioè rassegnandosi al tabu invincibile, come il papua che si copre il capo con la coperta e attende nell'angolo più buio della capanna la morte, che nulla e nessuno può evitargli.
Questa tragica parentesi statistica, non opinabile perché pagata in prima persona, rivela l'intollerabile potenza del tabu maledetto, con il quale il cancro incatena ancora non solo i medici, ma tutta l'attuale medicina.
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IL TABU NELLA RICERCA
Persino nella ricerca scientifica, che dovrebbe essere campo di privilegiato dominio della logica razionale, il peso del tabu-cancro si fa sentire. Delle migliaia di contributi annuali la massima parte è di casistica clinica o di tecnica chirurgica o di statistica; ciò ritrasforma il cancro - almeno per convenzione nosografica - in una malattia come tutte le altre. Ma le ricerche intese ad aggredire il mistero, cioè non il tumore già nato, ma il perché affascinante e terribile del suo insorgere, sono estremamente rare e ancor piu raramente firmate da oncologi specialisti. D'altronde è anche vero che in questo particolare ambito bioteoretico, per sua natura assai piu attinente alla metafisica che alla concretezza quantizzabile, è sempre presente un elevato rischio di inganno pseudo-scientifico, magari in buona fede. Per questo ogni troppo entusiasta adepto della medicina, che abbia mai osato proporre al suo capo d'Istituto una simile linea di indagine, si è sentito regolarmente rispondere di dedicarsi piuttosto a lavori più concreti e redditizi.
Lo stesso accade a chi vuole ricercare farmaci attivi contro il male. O peggio ancora a chi intende registrarli affinché medici e malati possano liberamente disporne, senza ricorrere alle forniture clandestine di questo o quel discusso taumaturgo. In tal caso - per lo meno in Italia - il tabu-cancro si difende da oltre mezzo secolo con la forza punitiva della legge. Il R. Decreto L. 7 agosto 1925, n. 1732, recita infatti, all'art. 3: «Non possono in nessun caso essere registrate specialità che vantino: a) omissis; b) virtù terapeutiche speciali per quelle infermità che saranno determinate dal Regolamento». E il successivo Regolamento, all'art. 17: «La registrazione ... è negata: 1) 2) 3) omissis; 4) quando alla specialità siano attribuite virtù terapeutiche di sicuro effetto contro il cancro, il lupus, la tisi polmonare e quelle altre malattie che verranno determinate con decreto ministeriale...». Altro che petizione di principio! Qui abbiamo addirittura le malattie incurabili per rescritto burocratico. Così i medici guariscono dal 1945 lupus e tubercolosi con farmaci preziosi che il fabbricante (a scanso di sanzioni penali) è costretto a definire sulle confezioni ancora oggi solo «coadiuvante nelle malattie da myc. tub.»; così come i pochi prodotti anti-cancro in commercio sono etichettati come «analgesici» (reg. 5406) o «coadiuvanti» o, al massimo, «antimitotici», «citostatici», «antiblastici» (reg. 10476) sperando che il magistrato abbia dimenticato il greco del liceo!
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NEL RAPPORTO UMANO
Ma dove il tabu del cancro esplode con tutta la sua furia malefica e compie i massimi guasti è nel rapporto umano, tanto a livello del singolo quanto a quello della comunità. In questi anni, parallelamente all'affermarsi della psicosomatica, si sono moltiplicati gli studi sull'etica medica nelle malattie gravi o terminali. Il problema di fondo riguarda il quesito: «Si deve dire la verità, al paziente?» I teologi insistono rigidamente sul suo obbligo, affermando che «il tacerla è ingiusto, immorale, un furto»; i medici. più pragmatisti ma più umani, si lasciano guidare «da un precetto che trascende la virtù di dire la verità per il solo scopo di dire la verità, e questo è: non fare del male, finché possibile» (B. C. Meyer). Il che è molto consolante e in genere attuato, insieme con la delicata assistenza fino all'exitus, purché la malattia mortale non sia quella tabu. Se è questa, la sua sola presenza dissacra e scompagina ogni comportamento usuale sul piano umano, professionale e persino deontologico. A livello del rapporto umano, per lo stress emotivo che il medico subisce, il malato di cancro - benché il più bisognoso - è spesso il meno seguito di tutti, o il meno volentieri. Sono sempre malati scomodi, esasperati nella sensibilità e modificati profondamente nel carattere dalla malattia (anche prima che la diagnosi si chiarifichi! vedi al cap. 3) dei quali si teme la domanda critica e l'angoscioso crollo spirituale. Inoltre è in questo caso sempre documentabile, salvo isolate eccezioni, «il comune errore di supporre che, fintanto non gli sia detta la verità, il malato non la conosca» (B. C. Meyer). Il medico assiste invece come regola - sentendo crescere il malessere ad ogni incontro - ad un modulo stereotipo di tragedia degli equivoci: il malato lo sa e non lo dice; i parenti lo sanno e non lo dicono; il malato sa che i parenti lo sanno e non lo dicono... Tutto questo costruisce e mantiene un clima di grave turbamento psicoemotivo che rende assai più tormentoso del solito l'ingresso nella rassegnazione. Talvolta questa è raggiunta, insieme ad una stupefacente serenità, solo quando un errore o una svista fanno partecipe il malato del suo vero stato; in ordine al quale, per tragico che sia, si risente investito della qualità di adulto, invece che regredito all'infanzia con lo schermo di tante pleonastiche menzogne.
E non si tratta soltanto di procurare una buona morte, ma di avvicinare questa malattia per quello che è, cioè la più ampia e più profonda affezione psicosomatica, che investe tutta intera la personalità dell'individuo. Invece il malato incontra la menzogna fin dall'inizio, con tutti i correlati già accennati, ed è comprensibile pertanto come l'improvvisa immersione in questa realtà disumanizzante provochi facilmente il crollo contemporaneo dell'equilibrio fisico e psicologico, con la conseguenza di una accelerazione del decorso del male. Nei confronti del paziente, l'evento-cancro si accompagna sempre ad una crisi organica e spirituale di intensità ineguagliabile, tuttavia così ambivalente da sfociare sia in tragedia sia in espansione inaspettata e gratificante della personalità. Si tratta dunque di attuare il viraggio dalla lotta alla malattia come entità astratta, alla collaborazione con i malati come persone integrate da avvicinare, educare, diagnosticare, curare, guarire come tali, cioè nella loro personalità tutta intera.
Attraverso questo modello più vero di approccio (contrario alla pratica corrente) si rivelano nella crisi esistenziale del cancro non soltanto i vili e i coraggiosi, gli indifferenti o gli eroi. Per prima cosa ci si accorge che questi ultimi sono ben più numerosi del previsto, e che gli Stewart Alsop, i Ghirotti o magari i Gorresio non sono affatto eccezioni, come chiunque ha pratica di assistenza antitumorale può confermare. Se il cancro è vinto, ne insorge un impensabile arricchimento di saggezza, di equilibrio, di profonda e irradiante spiritualità. Ma persino se alla fine è vittorioso, la vita che resta è rivissuta in pienezza e serena accettazione per sé e per gli altri (Ross e Klagsbrun); e la sua carica benefica è tale da ridicolizzare talvolta le prognosi più esatte, ma dedotte dall'esclusivo piano organico (due, tre anni invece degli attesi due, tre mesi!). Il che ci permette di concludere, quanto alla informazione, che essa va «confermata» al paziente, soprattutto se è possibile dargli una speranza. In questo caso medico e paziente combattono fianco a fianco contro qualcosa di noto, e il risultato psicofisico è una prognosi costantemente migliore. L'approccio attualmente consueto è insomma controproducente anche sul decorso clinico del cancro.
Ma c'è persino di peggio che «non dire la verità». È l'inganno preordinato che viene perpetrato sul paziente nei casi più gravi, quando (e non è vero) «non c'è più nulla da fare». In queste occasioni il chirurgo che ha aperto e chiuso per l'impossibilità di asportare il tumore fa spesso credere al malato, in combutta assurda con i parenti, che «è stata tolta la cisti renale, o l'appendice, o l'ulcera gastrica... ». Così, proprio mentre la fine si avvicina a passi sempre piu rapidi anche in seguito allo stress psico-biologico dell'intervento, l'uomo direttamente interessato, per giunta imbottito di droghe smemoranti, non è in grado di mettere un qualsiasi ordine ai suoi affari privati di ogni tipo, il che sarebbe suo esclusivo e inalienabile diritto. Si potrebbe parlare di comportamento illogico, se non addirittura di truffa; in realtà è strettamente alogico, in ordine al tabu della malattia, e riaffiora in cento modi diversi nell'assistenza al malato di cancro. Persino, paradossalmente, nella guarigione. Quando questa avviene, a seguito di terapie presentemente eterodosse (come per esempio la vinca prima del 1964) piuttosto che indagarne razionalmente il mistero si nega il cancro, anche se accertato dagli stessi servizi diagnostici. Citiamo da J. BERNARD: «i successi terapeutici (non ufficiali) sono solo di due ordini: ... o si tratta di una remissione dovuta a una cura precedente, o il malato non aveva il cancro... ». Il testo è del 1972, ma questa sembra la parola d'ordine obbligata, visto che è ripetuta con i medesimi termini da SAAD KHOURY in Cancer (Hachette, 1979). Se però Fleming avesse ragionato così sugli aloni «anormali» delle sue piastre di coltura, la penicillina sarebbe ancora da scoprire.
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LE SFIDE AL TABU
Come ogni caso di cancro si trasforma in una tragedia privata, così ogni notizia pubblica sul cancro ripropone il tabu, nella sempre rinnovata attrazione-repulsione della massa. È sempre uno scoop, a breve termine deludente, ma coinvolge in una torbida alluvione di sentimenti medici e profani. In questo clima picaresco, che ogni volta peggiora, i pochi che la passione spinge a sfidare il tabu sanno in anticipo che avranno rovinata la vita, o almeno la reputazione scientifica e umana. La pubblicità, improvvisa e spesso indesiderata, trasforma le loro ricerche private e senza mezzi, i loro risultati limitati o imperfetti, in un esplosivo e irritante fatto di costume, politico, scandalistico; tutto, fuorché scientifico e razionale. Eppure, nonostante ogni più nera certezza, la linea alternativa degli sfidanti teorici e pratici del tabu è in tutto il mondo abbastanza nutrita. In Italia sono stati fortunati quelli che come Protti con le micotorule, il chimico agrario Schenck con gli estratti di lieviti, il chirurgo Annessa con le sue teorie radiomagnetiche, Giovanni Mancini con la teoria del «congegno elettromagnetico», il dr. Algranati con l'arsenico pentavalente e l'ergotamina, non sono andati in pasto alle gazzette, incontrando solo delusioni e amarezze private.
Ma per altri (C. Jolles - Fonti; A. Vieri e la colchicina diluita, il dr. Bonifacio con il «siero» caprino) sono scoppiati i pubblici cataclismi a tutti noti. Ed è lo stesso in tutto il mondo, persino nel cocktail culturale del Brasile, per il dottore espirita Lauro Neiva e il suo Aveloz, persino nell'anticonformista America U.S.A., che consente libera cittadinanza ai culti lucrativi più strani, ma impedisce arbitrariamente la distribuzione interstatale del Laetrile dei Krebs padre e figlio, e si rifiuta da anni di sottoporre a prove cliniche comparative il Krebiozen di Stephan Durovic e A. C. Ivy, nonostante quest'ultimo sia professore emerito di Fisiologia, e fino a poco tempo fa preside della facoltà medica dell'università dell'Illinois. Nel curriculum scientifico di Ivy c'è la direzione del Naval Medical Research Institute durante la II guerra mondiale, l'esser stato il rappresentante medico alleato al processo di Norimberga, e persino il Direttore della American Cancer Society. Ma quando sostenne l'utilità del Krebiozen, gli cadde addosso la consueta valanga di falsità, di ridicolo e di disprezzo.
Qualche volta tuttavia vengono istituite d'autorità, sotto la pressione della opinione pubblica, commissioni di esperti che dovrebbero controllare obiettivamente questo o quello specifico antitumorale. A parte l'equivoco di base (il tumore è un sintomo, non la malattia!} è molto sospetto che nessuna commissione abbia mai accertato nulla di utile, neppure limitato, in qualsiasi prodotto ufficialmente investigato. Evidentemente ad un certo momento dei loro lavori, già preconcetti in partenza, esse vengono sopraffatte dal peso incombente del tabu, e tutto termina in un caos di passionalità inconcludente. Con ciò si vuole solo avvertire che la obiettività deve basarsi sulla assoluta assenza di pregiudizi condizionanti, e che è altrettanto pesante la responsabilità di un giudizio positivo quanto di uno negativo; infine che può essere pericoloso respingere, con un frettoloso marchio di ciarlataneria, le cose difficili da comprendere, attualmente.
Di quest'ultimo risvolto può far fede la storia di un altro KOCK (W. F.) di Detroit, U.S.A., professore di embriologia all'università del Michigan (1910-13) poi di fisiologia al Detroit Medical College (1914-19). Nel 1919 annunciò la scoperta di una panacea utile anche contro il cancro. Ne seguì il solito cataclisma personale e la bufera di controverse opinioni, nonché la fama di quack (ciarlatano). E persino (1943 e 1946) due processi sensazionali («il Governo contro W. F. Koch») che non riuscirono peraltro ad acquisire alcuna prova di colpa. I suoi libri (Cancer and Its Allied Disease, 1929; e The Chemistry of Natural Immunity, 1938) sono stati definiti «le più abili contraffazioni di seria letteratura scientifica negli annali della pseudoscienza» (Fads and Fallacies in the Name of Science di M. GARDNER, 1957). Nonostante tutto questo, e la testimonianza dei chimici governativi (1943) che «il preparato non era chimicamente differenziabile dall'acqua distillata», suscita una inquietante perplessità il fatto che Koch definisse il suo prodotto «catalizzatore cellulare» e lo chiamasse glyoxylide, cioè gli attribuisse le stesse funzioni, la stessa indeterminabilità chimica e persino l'ugual nome (ma esattamente cinquant'anni prima) della gliossilasi comunicata dal premio Nobel Szent-Gyorgyi al convegno dei premi Nobel di Lindau 1969!
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LA LOGICA RAZIONALE CONTRO IL TABU
Uno dei fenomeni più sconcertanti ma certi, in tema di tabu e di woodoo dei primitivi, e che esso provoca la morte negli indigeni, mai negli esploratori o missionari che ne studiano razionalmente gli effetti. Ne consegue che, se la catafratta impermeabilità del cancro sorge dal tabu che lo difende, l'unica arma per penetrarla debba essere la logica razionale, sostituita, ad ogni livello d'incontro, all'attuale comportamento alogico di fronte alla malattia. Cominciando per esempio da una definizione corretta del fenomeno; come insegna Freud, dare un nome a una paura è già esorcizzarla cioè dominarla logicamente, che è il primo indispensabile passo verso la sua conquista. E, come abbiamo già visto, il cancro non ha neppure, fino ad ora, un nome. Poi provvedendo, immediatamente, a una migliore sistemazione del rapporto umano. A livello del comportamento medico nella diagnosi e nella prognosi il terrore irrazionale del tabu può essere sradicato solo dalle conquiste della ricerca, però causali e non sintomatiche, o almeno da una teoria logica e documentata dall'affezione (esorcismo!). Come è difatto avvenuto per la tubercolosi dal 1945 in poi, per la scoperta del PAS e della streptomicina. Con il risultato però di trasferire al cancro il ruolo della condanna senza appello; perciò mentre le eroine romantiche Mimì e Margherita morivano tisiche sulle scene liriche, la Jenny di Love Story (scritta nel 1968) cedeva al fato sotto la specie post-antibiotica della leucemia.
Nell'attesa si impone l'urgenza di togliere (al medico!) parte del suo terrore tabuistico, sublimandolo in una donazione di tecnica e di amore a questi nostri fratelli disgraziati, quasi gli unici che la scienza attuale non sa guarire. Ma perché questo avvenga occorre insegnare ai medici (cosa che l'attuale corso di studi non fa) le delicatezze e la potenza dell'assistenza ai cronici terminali, dei quali i cancerosi sono il paradigma più ossessivo e la falange ormai più numerosa. Nessuna meraviglia quindi che sul piano individuale si avveri uno smarrimento logico ed emotivo e il malato di cancro arrivi ben presto alla autoemarginazione, alla solitudine passiva e attiva, alla frustrazione più profonda («perché proprio a me?»), alla negazione esasperata della realtà emarginante, quindi al tacerlo a tutti, anche ai più intimi, alla fuga da ogni cosa, al fatalismo negativo e addirittura al desiderio e alla pratica di autodistruzione. Trattandosi nel cancro della più globale affezione psicosomatica, ogni errore squilibrante di comportamento - prima e dopo l'esplosione del sintomo tumore - non può che peggiorarne il decorso e favorire le recidive. Per converso ogni spinta favorente il ritorno all'equilibrio psicologico personale comunque ottenuta, dalla rassegnazione all'estetista, dalla meditazione sul valore della morte e sul significato della vita al parrucchiere, dalla sublimazione esperienziale al far l'amore come prima e meglio (vedi l'opera preziosa delle associazioni «Attive come Prima» fondate e dirette da Ada Burrone), riveste non solo un interesse assistenziale ma anche l'altissimo valore di un presidio medicoprofilattico contro le recidive, sicuramente superiore (vedi le statistiche) a quelli chimici o radianti tradizionali, che comunque possono esservi affiancati.
Per la ricerca, infine, l'evasione dal tabu significa il rifiuto dell'atteggiamento psicologico di casta, di fronte al pericolo che minaccia dall'interno la sopravvivenza dell'uomo, e che sfida tutta la medicina a dimostrare finalmente quello che vale e che può. Come una delle tante espressioni esistenziali dell'uomo, anche il cancro non può essere, sul piano della logica, che una malattia come tutte le altre, senza nulla di misterioso. Il persistere millenario del suo mistero dipende dalla insufficienza dei nostri occhi, tuttora ciechi di fronte alla realtà psicosomatica unitaria dell'uomo integrato. Se è vero, comunque, che la scienza non si mortifica per non essere subito vittoriosa, è anche vero che gli ultimi cento anni di ricerche eccezionali, sostenute da finanziamenti mai uguagliati nella storia dell'uomo con risultati a dir poco sconfortanti, dovrebbero pure insegnarle qualcosa di tecnico sul piano razionale, oltre all'umiltà sul piano del sentimento. Cioè la scienza dovrebbe infine riconoscere - dal più elementare sillogismo - che se i mezzi e i ricercatori sono (com'è certo) validi, l'errore non può risiedere che nel filone specialistico fino ad oggi coltivato con fideistica e dogmatica esclusività. Per ripartire bene («da zero» ha detto Veronesi nel 1974; ma non basta il lip service!) non resta altra scelta che evaderne, anche se risulta penoso abbandonare - sia pure per più ampi ma incerti orizzonti - i culti tradizionali tanto stereotipati quanto redditizi. E studiare finalmente l'uomo (e il cancro) tutto intero e non a pezzi: come complesso reattivo sintetico (magari mediato attraverso i meccanismi immunitari) piuttosto che analiticamente, per cellule singole. Se questa interpretazione non è illusoria, la strada che si apre davanti a noi si dimostrerà presto ben più diritta e feconda di quella incredibilmente tortuosa e sterile che ci sta ormai dietro le spalle.
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