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Redazione   
Sunday 12 November 2006

trascrizione di
Redazione Eurosalus

Sacerdozio, arte, professione, mestiere: così, per tappe successive raggiunte in lento volger di secoli, salvo l'ultima recentissima e illecita, è decaduta la Medicina nell'opinione del mondo.

Il mestiere di medico, oggi, è un nodo gordiano di controverse opinioni e di pratici paradossi. Sui diversi piani dell'economia, della scienza, dell'etica, della deontologia, del prestigio sociale, della preparazione professionale, sul loro stesso numero, persino sul loro titolo qualificante, si può dire dei medici (e quasi solo dei medici), una cosa e il suo perfetto contrario, con la certezza di essere sempre nel vero, almeno in Italia.

Vogliamo degli esempi? Si dice che i loro guadagni sono iperbolici e scandalosi, ed ecco i concorsi pubblici d'ospedale a posti che offrono mensilmente un po' meno di quel che la legge Conci impone per le « lavoratrici di case private ». Sono onorati come i salvatori del mondo, e insieme insultati dai pazienti con la discussione delle diagnosi e delle ricette. Sono considerati dei santi, ma anche degli sporchi arrivisti da trascinare nei tribunali. Istituiscono societa deontologiche ed escogitano nuove formule di giuramento, mentre in realtà manca ai loro Ordini Professionali qualunque potere, non solo di coercizione ma di persuasione. Ricevono dai grandi della terra i supremi onori, e sono nello stesso momento considerati come loro servi dai più bassi livelli umani. Escono dagli Atenei tutti quanti onusti di un titolo che in altre parti del mondo è privilegio di pochissimi eletti, e sono praticamente umiliati da un qualsiasi infermiere che sa fare meglio di loro un'iniezione o una fasciatura, solo perché a lui hanno insegnato a farle, e agli studenti di medicina, no.

Si dice che siano pletora, e in Italia esistono oltre tremila centri abitati senza medico residente. Sono per defmizione medici chirurghi, padroni per legge della vita dei loro simili, e capaci per decreto di laurea di indicare (se non personalmente di esperire) i modi medici o chirurgici di terapia e fra breve, se si insisterà nel distinguere rigidamente, in sede sia accademica sia applicativa, le infinite specializzazioni e superspecializzazioni che il progresso tecnico ha reso possibili, tutti i medici si vedranno retrocessi di colpo nella scala sociale.

Dalla dignità attuale, confusa ma ancora viva, scadranno al semplice ruolo di « tecnici della salute », ciascuno con un campo di lavoro strettamente limitato e angusto; condizione non solo insoddisfacente ma, alla lunga, sicuramente dannosa per la corretta esplicazione di una buona Medicina.

L'arte medica, da sempre considerata - e giustamente - come una felice sintesi mentale e operativa propria a individui singoli dotati di superiori capacità, finirà così con lo smembrarsi in una polverizzazione di albi chiusi professionali, simili a quelli degli « engineers » americani, che almeno sanno di essere solo degli operai specializzati, anche se guadagnano il doppio della media dei medici italiani.

Cos'è, infine, questa « professione medica » così contradditoria da spaventare, e che vede invece ogni anno nuove valanghe di adepti, attirati probabilmente da chissà quale antico miraggio e ai quali nessuno ha il coraggio di chiarire la situazione presente, nella sua realtà, evitando gli interessati pessimismi e le avveniristiche illusioni? Neppure la legge ci illumina. Infatti, secondo la giurisprudenza (Corte di Cassazione, Sez. III, 16-4-1953, in « Giust. Pen. », 1953, II, 700) essa « è caratterizzata dallo scopo cui è diretta, e cioè dal fine di curare gli infermi, con qualsiasi metodo e con qualunque mezzo che ciascun medico, avvalendosi delle proprie cognizioni culturali, ritenga opportune adottare nei singoli casi ». Ciò che significa, in parole povere, che neppure il Legislatore riesce a coagulare per essa un concetto ben definito, né, tanto meno, univoco.

La cosa può anche non stupire: significa tuttavia che il Legislatore non dispone in questo momento di elementi sicuri e stabili, sui quali appoggiare il suo giudizio.

In verità la Medicina (e la professione ne è solo una fugace espressione ambientale) sta ora attraversando una delle crisi più gravi della sua esistenza; il travaglio di questa crisi, che può dar vita a un fenomeno superiore oppure a un mostro teratologico (e fino ad ora le probabilità sono uguali, forse addirittura a vantaggio del mostro) interessa contemporaneamente l'interno della Medicina, e anche l'esterno.

Nell'intimo c'è crisi tra l'arte tradizionale e la tecnica ingigantita, crisi di equilibrio tra le funzioni, crisi di fiducia, di verità e di vocazione. All'esterno la crisi di rapporto rivela infiniti problemi piccoli e grossi, che tutti msieme possono essere riassunti in uno solo, fondamentale e di principio, che riguarda il modo di seguire senza troppe sofferenze e disastri, e soprattutto conservando all'arte del guarire il suo significato, la fatale evoluzione della medicina da fenomeno di carattere individuale e di natura privata in un altro di carattere collettivo e di interesse pubblico.

Così, per capirci finalmente qualcosa, non resta che scegliere una strada diversa: studiare la professione nella sua esplicazione pratica, vedere come funziona e perché, e come si adatta all'ambiente o ne viene condizionata.

La sintesi ultima ci potrà dare, se non un universale, per lo meno le caratteristiche attuali d'uso o di funzione e potrà servire a delineare le esigenze minime che il mestiere, nella sua proiezione sul mondo moderno, richiede a quelli che intendono seguirlo.

Ciò comporta, di necessità, una ricerca analitica dei fattori interagenti, che sono l'ambiente comune al medico e a tutti gli altri uomini (« il mondo indifferenziato dei sani »); il malato; la medicina; il medico; l'atto medico; il rapporto professionale.

Queste varie « categorie » non sono fisse, ma variabili nel tempo. Negli ultimi cinquant'anni quasi tutte hanno assunto, per ragioni intime o d'ambiente, caratteri, forme, metodiche ed espressioni profondamente diverse dall'antico.

Sarebbe piuttosto facile, ma fors'anche intinto di faciloneria, sostenere che la crisi della medicina, e in particolare della professione medica, sia qual'è, cioè grave e apparentemente insolubile, proprio perché essa vuole applicare, ad una mutata realtà presente, schemi teorici e funzionali sorpassati o logorati dal tempo.

Probabilmente invece la realtà è alquanto diversa, e come sempre molto più difficile da interpretare. Gran parte della evoluzione che la Medicina ha subito nell'ultimo cinquantennio, e che comprende il progresso tecnico in tutti i suoi settori, la conseguente impossibilità per un uomo singolo a dominarne le infinite espressioni particolari, il suo costo in progressivo aumento, e infine l'esigenza sociale della difesa della salute a spese della comunità, è in realtà solo forma ambientale, e non sostanza. La sua sostanza è sempre l'uomo, l'uomo singolo, individuale e non ripetibile, nella sua duplice caratteristica di numero statistico sulla carta ma insieme di sofferta umanità privata quando si ammala, guarisce o muore.

Il disagio moderno della medicina, e probabilmente il suo più serio peccato sociale, sta nel dimenticare troppo spesso questa realtà. Dentro la capsula spaziale non c'è solo la tecnica perfezionata, ma l'uomo che la condiziona per il successo o per la sconfitta; anche nel fondo della « medicina collettiva » o della « medicina strumentale » esiste l'uomo, sintesi di corpo e d'anima che come tale va inteso, e avvicinato, e rispettato, sotto pena di insuccesso e di insoddisfazione privata e pubblica.

Per questa ragione è possibile che la crisi sia intervenuta, in medicina, non dal contrasto sostanziale tra la sua essenza tradizionale e quella « moderna » ma dall'aver trascurato la necessità di approfondire sempre di più il lato interiore e metafisico dell'arte e i rapporti con l'uomo totale, man mano che la sua espressione esteriore si allargava. Al momento attuale esiste comunque uno squilibrio, ed è piuttosto urgente di riconoscerlo e di mettervi rimedio. Per poter disporre degli elementi indispensabili al giudizio diventa così necessario, anche se faticoso, di rivedere analiticamente la realtà moderna, almeno nei suoi rapporti con la medicina nelle sue varie forme e modalità.

Solo alla fine dell'analisi sarà lecito trarre delle conclusioni, interpretando con rigore sperimentale gli elementi raccolti, e soprattutto il loro significato. Ma già in questo momento è possibile - e indubbiamente lecito - stabilire che le conclusioni dovranno concernere esclusivamente le modalità operative della medicina, e non la sua sostanza intangibile, di rapporto intimo e insostituibile dell'uomo con l'uomo.

La « medicina collettiva » sia essa di gruppo privato o statale, ha edificato nel corso di alcuni decenni un « corpus » ormai quasi perfetto di schemi e regole e tabelle attuariali. Alla raggiunta perfezione sul piano organizzativo non corrisponde però, al momento attuale, una soddisfacente « erogazione » del bene per il quale gli Enti collettivi sono stati istituiti; il fenomeno non è locale, ma si estende senza eccezioni a tutti gli esperimenti finora compiuti nel mondo; dunque l'errore - se c'è - dev'essere radicale e profondo. E c'è: consiste nel dimenticare l'uomo, o nel considerarlo artificiosamente solo numero economico o statistico.

È stato recentemente scritto che « una buona Medicina (collettiva) è fatta per un terzo da buone medicine e per due terzi da buone leggi »; dov'è dunque l'uomo, in essa? L'uomo medico e l'uomo malato, intendiamo, in quale ulteriore inesistente « terzo » vengono confinati?

Proprio per questo spirito di soddisfatto formalismo esteriore, che rifiuta di scendere alla radice dei fenomeni, la Medicina è malata.

Sia quella collettiva per lo schermo dei numeri e degli inquadramenti, sia quella « strumentale », per l'ingombro eccessivo e maldigerito della tecnicizzazione ipertrofica.

Dunque sarà questione di studiare, e al caso di modificare, le presenti metodiche applicative, per adeguarle all'essenza antica della Medicina. E non mai il contrario.

Perché, se accadesse questo, la Medicina puramente nominale finirebbe con l'usurpare, nel suo intimo, una delle più importanti conquiste dell'umanità: cioè quello stimolo affettivo primordiale che sospinge a chinarsi sul proprio simile sofferente, ed è la sola caratteristica sociale che distingue l'uomo dagli animali.

Ultimo aggiornamento ( Monday 31 March 2008 )
 

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