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Un'antica maledizione cinese si cela dietro questo testo soave: « Ti auguro di vivere in tempi interessanti... ». Troppo sottile? Vediamo. Non c'è dubbio che i tempi nei quali ci è toccato di vivere sono davvero i più interessanti dell'intera storia dell'uomo. Esistono oggi più scienziati e più poeti, più pittori e più politici, più libri d'arte e più matematici, più telefoni e più velocità, più macchine e più denaro, più congressi e più pianificazione, più medici e più medicine, di quanti ne siano apparsi durante tutta la vita precedente dell'umanità. Abbiamo fisicamente raggiunto la Luna, e strumentalmente Marte, Venere, e da poco Giove. Eppure il mondo non ha mai sofferto come ora tanta fame e tanta angoscia, tanti squilibri sociali e turbamento, tanti cronici, tanta povertà e tanto cancro. Per limitarci alle cose mediche – argomento esclusivo del libro – l'insoddisfazione privata e pubblica verso l'attuale medicina e così universale da far temere in ogni momento l'esplosione di una rivolta eversiva. Perché?
È un fatto che la crisi della civiltà, diventata ormai globale, sta in mezzo a noi e ci circonda, causa ed effetto insieme del nostro soffrire. La sua intensità, in aumento progressivo da trent'anni, ha sollecitato centinaia di testi critici: da Huizinga a Mumford, da Marcuse a Toffler, da Calder a Malleson. Ma tutte queste lucidissime analisi negative, mai confortate dall'offerta di una possibile alternativa, più che chiarire le idee hanno contribuito ad esasperare (come la propaganda-shock del « fumo = cancro » ) l'angoscia esistenziale del mondo.
Una sola certezza risulta condivisa tanto dalla critica dei sociologi quanta dalla sofferenza sentimentale collettiva: il progressivo allontanamento dall'uomo delle scienze. Se questo è doloroso per quelle umanistiche, diventa addirittura tragico per l'unica che trova nell'uomo la sua sola validità e significato, cioè la medicina. Eppure e forse, oggi, la più disumanizzata di tutte; anche per questo siamo ora esposti al pericolo definitivo, cioè l'estinzione di specie.
Nel corso della sua storia l'umanità ha ottenuto altre volte il consiglio della medicina: del celebre medico e architetto Imhotep, deificato dagli egizi (e trasformatosi presso i greci in Asclepio), scrivono gli annali del Regno Antico (circa 2800 a.C.), che « la sua scienza ha posto fine a sette anni di carestia ». Ma il sistema di canali irrigui, da lui disegnato e costruito per fecondare le terre, ha anche risparmiato all'Egitto la malaria per i successivi quarantacinque secoli, finché nel XVIII la dominazione turca non li ha lasciati insabbiare.
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