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I DANNI AL SOMA
La medesima opinione è stata esplicitamente riconfermata da G. MATHE' all'XI Congresso internazionale del cancro, di Firenze 1974, definito «il congresso del dubbio e dell'autocritica», dove ha consigliato i medici «a ritornare a una regola sacra nella medicina, il Nil nocere ippocratico» (Apollonio). Stranamente questo suo deciso atteggiamento è rientrato nell'implicito nel suo ultimo libro (Inchiesta sul Cancro, 1979) dove emerge solo dalla documentazione, lasciando le conclusioni al lettore, che ovviamente non deve preoccuparsi del finanziamento di un istituto di ricerca. Quali sono dunque gli effetti tossici indesiderati dei farmaci antineoplastici, che inducono in Mathé (come in ogni vero responsabile di questa linea; gli altri si limitano, senza crederci, ad applicare pedissequamente i «protocolli»...) il pessimismo operativo riferito? Ne riportiamo una sommaria rassegna ufficiale da Federazione Medica del febbraio 1974.
Tossicità ematica: è responsabile della massima parte dei casi di «morte iatrogena» cioè di «assassinio medico», (valutata ottimisticamente tra l'1 e il 5 per cento, a seconda dei farmaci usati). La comparsa di effetti tossici è la regola e indica che si è raggiunta una posologia corrispondente a quella clinicamente efficace; possono manifestarsi soltanto a carico dei leucociti e delle piastrine, in tal caso in genere sono transitori e reversibili (endoxan, vincristina). Invece per il mileran, nitrosouree, il natulan la tossicità va più in profondo, coinvolgendo anche le cellule staminali e interessando tutte e tre le linee della proliferazione mieloide; in questo caso l'effetto è più duraturo e può aggravarsi fino alla aplasia o alla mieloftisi. Anche ricorrendo alla determinazione dei diversi parametri ematologici l'entità del danno midollare è imprevedibile.
Tossicità digestiva: provoca disturbi variabili, per lo più benigni, ma che talvolta possono assumere aspetti drammatici. Nausee, vomito, dolori gastrici sono considerati un abituale corteggio della cura; più pericolosi, perché stremanti e incoercibili, i vomiti tardivi (da actinomicina D e nitrosouree, per irritazione dei centri bulbari). (Invece di sospendere il trattamento, la solita allopatia propone la compressione del sintomo con fenotiazina o aloperidolo!) Le mucose digestive reagiscono con secchezza alla bocca, stomatite, afte, spesso diarrea (fluorouracile, methotrexate). Sono segni di grave intolleranza, che impongono la riduzione o sospensione della «terapia».
Tossicità cutanea: eritrodermie tossiche (non allergiche!), aridità, desquamazioni, erosioni o ulcerazioni superficiali. Notissima è l'abituale complicazione a carico dei capelli (che sono un annesso cutaneo): alopecia prima a chiazze poi totale; tuttavia nel tempo di qualche mese i capelli tornano a ricrescere. Ancora: qualsiasi trattamento antineoplastico impedisce, agendo sul tessuto di granulazione normale, le cicatrizzazioni in corso per ferite chirurgiche o traumatiche, anche molto piccole. Per questo la chemioterapia viene di regola iniziata (nei casi chirurgici) quando la cicatrizzazione è completata.
Tossicità neurologica: particolarmente evidente con gli alcaloidi della vinca rosea, cioè vincristina e vinblastina; astenia e parestesie degli arti, fino a paraplegie o tetraplegie o ileo paralitico. Talvolta disturbi dell'accomodazione del visus, raramente un diabete insipido, fortunatamente reversibile.
Tossicità polmonare: fibrosi polmonari croniche (per mileran, leukeran, metotrexate). Per la bleomicina, che si concentra elettivamente nella pelle e nei polmoni, possibilità di complicazioni respiratorie acute, a volte drammatiche, caratterizzate da crisi di dispnea progressiva fino all'insufficienza respiratoria fatale. Visto che l'insorgenza della crisi è improvvisa, servono a poco i controlli ripetuti del torace.
Tossicità cardiaca: la daunomicina e il suo derivato adriamicina hanno la tendenza a produrre fatti degenerativi e necrotici del miocardio, difficilmente reversibili. Indice della grave compromissione tossica generale ed epatica è il notevole aumento delle transaminasi seriche, segnale di necrosi dell'epatone...».
Come tocco terminale è da considerare infine il preciso dato sperimentale che questi anticancro, senza nessuna eccezione, riescono a ottenere esattamente quello che intendono combattere, cioè sono tutti cancerogeni, probabilmente per una caduta acuta dei poteri del sistema immunitario.
Ce n'è abbastanza da far «tremare le vene e i polsi» a qualsiasi medico si accinga a prescrivere o a praticare un trattamento chemioterapico; per questo - salvo i casi di patente plagio psicologico - i medici non le praticano a se stessi (come un giorno G. F. Pantellini gridò polemicamente in un convegno di chemioterapisti...); per questo, conoscendo esattamente i limiti di questa «ultima arma», i medici scelgono a questo punto il suicidio (cap. 4). Nei pazienti essa agisce spesso, nonostante i suoi irreparabili danni, per un meccanismo di stimolo psicologico, coincidente con il riaccendersi - comunque - della speranza; come dimostra la seguente paradigmatica storia clinica riferita da Bruno Klopfer in Psychological Variables in Human Cancer: «Un soggetto di sesso maschile affetto da linfosarcoma molto avanzato era stato incluso in una ricerca sperimentale del discusso antitumorale Krebiozen. Dopo una sola somministrazione del prodotto le sue masse tumorali scomparvero. Quando furono pubblicati i primi rapporti segnalanti che il medicamento era privo di efficacia, fu di nuovo costretto a letto dalla sua malattia. A questo punto il suo medico, in un disperato tentativo di salvarlo, gli disse di non credere ai giornali e lo trattò con «Krebiozen potenziato» (in realtà una iniezione di acqua distillata). Il malato tornò ancora una volta a dimostrare una rapida regressione delle masse tumorali. Finalmente l'American Medical Association e la Food and Drugs Administration dichiararono ufficialmente che il prodotto era inefficace. L'uomo morì entro pochi giorni». (pubblicata da CONSTANCE HOLDEN su Science, 23 giugno 1978).
Ma se non altro il Krebiozen non era tossico. La potenza omicida di tutti i mezzi chemioterapici usati nel cancro (riconosciuta da trent'anni e sempre in peggioramento) dovrebbe invece far riflettere la scienza a livello speculativo, sulla base del Nil nocere ippocratico, qui tanto inutilmente tradito. Ne è tuttavia impedita da alcune pesanti pastoie di fondo: prima di tutto dalla sua filosofia allopatica «anti». Questa la costringe tuttora a considerare il cancro come qualcosa di alieno e di diverso da noi stessi, nonostante l'accertata identità cellulare e umorale; e per conseguenza - insistendo in una direzione che si dimostra sterile da oltre trent'anni - a curarlo ancora come «materia peccante», uccidendo i suoi portatori come il già ricordato delfino di Luigi XIV. Poi i dosaggi eccessivi, che non tengono conto della legge della tolleranza dell'uomo. A questo livello è accecata dalla regola allopatica (Radenback) secondo la quale «un farmaco che non provoca effetti secondari (tossici) deve essere considerato con riserva riguardo al suo potere curativo», mentre questo non è mai vero per i farmaci naturali e omeopatici. Giudizio riconfermato per un altro mezzo «terapeutico» cioè i raggi X da G. DE GIULI e L. DALLA PALMA alle XXIII Giornate mediche triestine: «Il radioterapista che non provoca mai danni è certamente un cattivo radioterapista, perché ovviamente si tiene al di sotto delle dosi che sono necessarie per avere la possibilità di guarigione di un tumore». Se dovesse ponderare correttamente le sue attuali sconfitte chemioterapiche, la scienza dovrebbe dedurne soltanto l'imperativo di dedicarsi a quello che veramente ignora, cioè l'esatta natura del cancro e solo dopo alla ricerca di mezzi terapeutici adeguati.
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