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trascrizione di Antonella Napoli (Milano)
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Una delle colonne della cosiddetta prevenzione del cosiddetto cancro è la necessità della diagnosi precoce. Abbiamo già visto come la diffusione di questo paralogismo serva egregiamente alla medicina come alibi di dominio e di plagio psicologico («Se fosse venuto prima...»), cosicché le innumerevoli sconfitte sono sempre da attribuire a colpa dei pazienti, senza minimamente scalfire l'onnipotenza della medicina, anche di fronte al cancro. E magari invece il povero malato ha passato - prima della diagnosi - una lunga trafila di medici, nessuno dei quali era riuscito a identificare la causa del suo malessere. È un fatto tragicamente certo - e noto a tutti i medici per diretta esperienza - che la diagnosi del cancro è una delle più difficili esistenti in medicina, talvolta persino nella sua fase terminale; si pensi dunque alla sua quasi impossibilità nella fase precoce o almeno preclinica cioè prima che il paziente ne riveli le conseguenze sul piano biologico. Tutti i nostri superbi mezzi diagnostici falliscono, in questo solo caso, diversamente per esempio da un'altra malattia che l'ha preceduto come tabu sociale, cioè la tubercolosi. Nell'eventualità di un semplice sospetto bastano quarantotto ore, dopo l'inoculazione intradermica di tubercolina, per confermarlo o escluderlo; e così avviene per moltissime altre malattie esogene, da quelle infettive a quelle parassitarie (per esempio le cisti da echinococco). Attualmente disponiamo, per raggiungere una diagnosi, di una serie anche troppo usata di ausili tecnologici, che integrano i reperti ottenibili direttamente dal paziente o dal medico con il suo esame obiettivo; sono il laboratorio, la radiologia e la medicina nucleare, le scopie endoviscerali, i prelievi bioptici. Vediamo come si comportano nel caso di un tumore maligno, e a che cosa è dovuta la loro insufficienza.
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