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La nozione che le emozioni sono correlate con l'insorgenza e con il decorso del cancro è piuttosto antica. Già Galeno, il famoso medico greco della corte di Roma nel secondo secolo dopo Cristo, aveva osservato che le donne con «disposizioni melanconiche» sembravano più predisposte al cancro mammario di quelle a temperamento «sanguigno» (aggressivo). Nel 1850 un altro grande nome della medicina, Sir James Paget, scriveva: «Ci sono casi così frequenti di disperazione e frustrazione che sono presto seguiti dalla crescita e dallo sviluppo di un cancro, da non poter dubitare che la depressione mentale sia un pesante additivo alle altre influenze che favoriscono lo sviluppo di una costituzione cancerosa». Poi per un intero secolo la scienza positivistica della concretezza e del laboratorio ha respinto o trascurato questa linea di pensiero, ricomparsa a galla con la nascita della psicosomatica, intorno al 1950. Una decina di anni dopo J. Pentegrass, già presidente dell'American Cancer Society, può scrivere senza squalificarsi scientificamente le seguenti parole: «Ho personalmente osservato dei malati di cancro sottoposti con successo a cure e che sono vissuti bene per anni. Poi uno stress emozionale, come la morte di un figlio in guerra, l'infedeltà della moglie o il pesante fardello di un frustrante impiego, sembra aver fatto precipitare la situazione con il riattivarsi della loro malattia, che aveva quindi come risultato il decesso».
Da questo momento in poi il ravvivato interesse per la componente psicologica della persona umana ha stimolato molte ricerche di questo tipo e, sia pure con alcune residue resistenze, il suddetto punto di vista ha ripreso una veste scientifica. Che però, come al solito, era stato abbondantemente preceduto dai poeti e dagli scrittori. Nei romanzi dell'epoca romantica - che scoprì il ruolo del sentimento nelle cose umane - c'era spesso un protagonista (o almeno un comprimario) che moriva di «crepacuore». Non sempre a seguito di una tragedia; talvolta persino di una gioia troppo improvvisa e intollerabile. All'intuizione letteraria si riconosce oggi una precisa validità scientifica, anche se l'emozione la chiamiamo stress e il crepacuore, infarto miocardico; ma il buon senso popolare aveva già imparato, da millenni, a somministrare ai vecchi, agli ammalati, e ai più diretti interessati le cattive notizie in concentrazione crescente e non di botto. («Papà ricoverato stop vieni subito...» ed è già morto da due ore). Qual è la finalità inconscia delle cosiddette pietose bugie, in realtà messaggi convenzionali estremamente trasparenti? Non altro che quella di interporre, tra la psiche del ricevente e la brutalità dell'impatto improvviso, la schermatura ammorbidente di un residuo di speranza. E per quanto riguarda specificamente il cancro, risulta oggi scientificamente perfetto LEON TOLSTOI nella Morte di Ivan Illytch (1850). È solo quando Ivan realizza la totale insignificanza della sua vita che è sopraffatto dal dolore del cancro: «nel parto, si sa che alla fine viene prodotto qualcosa. Non è mai così male come quando il dolore non produce nulla». (Perciò i medici si suicidano, come abbiamo già visto in un capitolo precedente).
Anche la guarigione spontanea con mezzi psichici è stata riferita dalla letteratura ben prima che dalla scienza ufficiale: il protagonista del Regno proibito di Hammond Innes (Rizzoli, 1953) guarisce di un carcinoma gastrico terminale, insorto per la cronica frustrazione di un impiego e di una vita insoddisfacenti, dopo un brillantissimo curriculum di eroe bellico, riprendendo l'utopia del nonno, cioè la ricerca del petrolio in una montagna canadese ricevuta da lui in eredità. Dopo straordinarie fatiche fisiche ottiene un doppio successo; trova il petrolio e si libera del cancro.
L'interferenza tra psiche e cancro non è solo finzione letteraria ma anche un fatto storico. Napoleone: aveva sofferto per decenni di ulcera gastroduodenale; ad essa è dovuto il suo famoso atteggiamento, con una mano infilata costantemente sotto il cappotto. Ma quando il suo sogno europeo si infranse definitivamente a S. Elena, la degenerazione cancerosa della vecchia malattia lo uccise (non il clima!). Mohammed Rheza Pahlevi, lo Scià di Persia, aveva sofferto una decina di anni fa di una forma carcinomatosa gastrica. La stessa è stata controllata a lungo; ma è riesplosa, con esito letale, stimolata dall'enorme angoscia della perdita del trono e del paese per la rivoluzione degli ayatollah. Il cardinale Roncalli è stato celebre per settantasette dei suoi ottantadue anni (dal 1881 al 1958) come un gioviale diplomatico dal tratto affascinante, con esplicite tendenze di buongustaio e relativa rotondità. Eletto Papa (Giovanni XXIII) nel 1958, si trovò sulle spalle i gravissimi problemi di una chiesa in crisi olistica, e per uscirne deliberò il concilio Vaticano II, iniziandone subito la difficilissima preparazione. Nel marzo 1962 si rivelarono in lui i primi segni di cancro gastrico, celati a tutti. Il concilio, che aumentò la crisi della chiesa invece di dirimerla, si aprì nell'ottobre 1962; dopo un rapido e costante peggioramento Giovanni XXIII moriva il 3 giugno 1963.
Per il contrario, cioè la guarigione, fanno testo altri casi storici di pubblico dominio. Alexandr Isaevic Solzenicyn fu arrestato e condannato ai campi correzionali di lavoro nel 1945, dopo un valoroso servizio di guerra come capitano di fanteria: nel 1952 gli si rivelò un carcinoma gastrico, non curato per le condizioni disumane del sistema repressive staliniano. Ne stava per morire ma, dimesso per questo dai campi ed esiliato in Siberia il 4 marzo 1953, ebbe la fortuna di sovrapporre allo stress della sua personale liberazione quella, almeno sperata, di tutto il suo grande e amato paese per la morte di Stalin, comunicata al mondo il giorno immediatamente successive (5 marzo). Da quel momento il suo cancro (o meglio il suo ritrovato equilibrio psicosomatico) ha cominciato a guarire. Bastano ventotto anni di salute e di vicissitudini a tutti note per esserne certi? E ancora Freud, ammalatosi di cancro orale nel pieno della sua scoperta della psicanalisi, ci ha convissuto per gli ultimi 16 della sua vita, non avendo il tempo di morirne. La personale condizione fisica ha forse interferito un po' troppo pesantemente su alcune linee di indagine freudiana (l'angoscia della morte, per esempio) però non gli ha impedito di arrivare lucidamente agli 82 anni. Sir F. Chichester, il celebre navigatore inglese dedicatosi alla vela solitaria di fronte a una prognosi infausta a breve scadenza per carcinoma, l'ha «controllato» con la felice espansione della sua personalità sull'oceano per una dozzina d'anni, ed e morto a 70, ma di polmonite. Béla Bartòk, il geniale compositore moderno, stava morendo di leucemia. Rimessosi al pianoforte e ripreso con violenza dal raptus esclusivo dell'arte, ha composto almeno altre venti opere nuove, morendo in età avanzata molti anni dopo del suo termine prognostico (Beringheli).
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