Advertisement
Home arrow Di cancro si vive arrow Trattamenti o cura: del sintomo o dell'uomo intero?
Trattamenti o cura: del sintomo o dell'uomo intero? PDF Stampa E-mail
trascrizione di Loredana Biffi (Milano)   
 
Valutazione utenti    (0 voto)
Visite 3779    
Preferiti Nessun
Indice articolo
Trattamenti o cura: del sintomo o dell'uomo intero?
Le «conquiste» in numeri
Le quattro armi
La cinetica di primo grado
Le statistiche «aggiustate»
L'approccio alternativo
Una proposta sperimentale

Tutte le presenti terapie anticancro sono definite pietosamente «trattamenti» invece che cure: viene cioè a denti stretti riconosciuta la loro invalidità di interventi curativi. Non è d'altronde il solo esempio consimile, in questo nostro sistema medico che ignora la natura delle malattie degenerative e pretende di curarle comprimendone i sintomi e insieme uccidendo i pazienti. Un esempio paradigmatico è quello dei prodotti a base di indometacina che, inizialmente destinati alla gotta, sono usati per le loro proprietà antidolorifiche da un vasto numero di reumatici e artropatici in tutto il mondo, anche al di fuori di qualsiasi ricetta (il reumatismo, come il cancro, è ancora un mistero per l'allopatia!). Ma quando il medico legge le informazioni fornite da uno dei colossi farmaceutici (e scientifici) che lo producono, dovrebbe proibirlo o vivere d'angoscia. Infatti «non deve essere prescritta ai bambini»; «può aggravare disturbi psichici, epilessia o parkinsonismo», «mascherare i sintomi delle malattie infettive»; «provocare ulcerazione singola o multipla dell'esofago e stomaco, del duodeno o dell'intestino tenue, con perforazione ed emorragia - sono stati segnalati rari casi fatali...», indurre «reazioni epatiche quali ittero ed epatite; sono stati riportati alcuni casi a decorso fatale...». Però in compenso è chiaramente detto (pag. 1) che «Al pari degli altri farmaci antinfiammatori… non modifica il decorso della malattia in atto».

Di fronte a questa informazione «completa» che dovrebbe essere di promotion, la domanda urgente è: «Ma allora perché se ne permettono l'uso, la vendita e la produzione?» La scoraggiante risposta è che l'industria ritiene onestamente di aver prodotto un ottimo farmaco, visto che il sistema allopatico vigente le chiedeva un anti-sintomo ed essa gli ha fornito il migliore a tutt'oggi sintetizzato. Che tra l'altro, come impongono per legge le prove precliniche, «nel ratto ha fatto riscontrare un adeguato margine di sicurezza (oltre 60 volte) tra dosi antiinfiammatorie efficaci e dosi tossiche». Se poi qualche uomo si perfora o ingiallisce o decede a dosi «terapeutiche», è una pura questione statistica. E a questo proposito, come insegnava il celebre Lison, «colpa sua se è incappato nel caso al di fuori della media...». Se questo comportamento (dei medici e dei pazienti) è considerato corretto nei confronti del reumatismo articolare (che uccide solo, e a distanza di mezzo secolo, quelli che lo rivelano in forma acuta nell'infanzia), tanto più è accettato nei confronti del cancro e della sua crescente strage di vite. Cosicché i danni biologici anche mortiferi delle medicine anticancro (vedi cap. 10) vengono accettati «di necessità» come la febbre e la pustola vaccinale che ci impediscono, per tutta la vita, di morire di vaiolo. Solo che qui, invece, ci aiutano a morire.

Come vengono scelti, i farmaci antitumore? Ne abbiamo già dato qualche accenno in precedenza; il loro vizio basilare è però doppio: prima di tutto, e per legge, vengono provati sui falsi tumori (C. Jasmin) degli animali (con l'altissimo e inutile costo che abbiamo già discusso a proposito del calusterone); e secondariamente sono strettamente sintomatici, intendendo agire solo sul tumore, che non è altro che il sintomo somatizzato della malattia neoplastica. Di cure causali fino ad ora l'allopatia non ne ha saputo offrire nessuna, ovviamente, mancando tuttora la nozione della sua causa; cosicché per esempio il cancro risulta il grande dimenticato nell'elenco dei premi Nobel. Non è sempre stato così: nel 1926 il premio è stato attribuito al danese Johannes Andreas Grib Fibiger «per la sua scoperta della Spiroptera carcinoma» cioè del «bacillo del cancro», il quale naturalmente non esiste. La scottata della fondazione (ma in nome e per conto di tutta la scienza ufficiale) è stata tanto forte da averle fatto attendere esattamente 41 anni per richiamare la malattia-tabù nei suoi protocolli. Nel 1967 il premio è stato attribuito a P. Rous («per la scoperta di virus induttori di tumori») e a C. B. Huggins («per il trattamento ormonale del cancro prostatico»); ma questo ripensamento è stato possibile solo in dispregio della norma statutaria fissata da A. Nobel («scoperte dell'anno precedente») e per la eccezionale longevità degli interessati (I Nobel possono essere concessi solo a viventi). Infatti Rous è vissuto 91 anni (1879-1970) e ne aveva 88 al momento del premio; quanto alle ricerche premiate, le sue risalivano a più di 56 anni prima, e quelle di Huggins a oltre 30.




Commenti utenti (0)

Nessun commento postato

Aggiungi il tuo commento



mXcomment 1.0.6 © 2007-2010 - visualclinic.fr
License Creative Commons - Some rights reserved

Per essere abilitato a postare messaggi devi effettuare il login o registrarti.
Discuti questo argomento nel forum. (0 messaggi)
Nessun messaggio.