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In America, rivela il Journal of Clinical Oncology, il tasso di suicidi tra i malati di cancro (e non di altre gravi malattie), compresi quelli da tempo in remissione clinica, è il doppio delle percentuali standard. Perché una condizione di malattia spesso contenuta e controllata determina questo tipo di reazione? Si può fare qualcosa? O almeno capire meglio il problema?
Una serie di studi dedicati al rapporto cancro/suicidio, a cui abbiamo dedicato un recente articolo ha evidenziato una realtà inaspettata: il rischio di suicidio tra i malati di cancro non solo è doppio dello standard, ma si estende per decenni, anche in situazione di remissione clinica. In pratica, anche tra i pazienti “guariti”.
Quante persone sono coinvolte in questa classe di rischio? La malattia tumorale è ben lontana dall’essere vinta – o anche solo compresa - ma i progressi almeno parziali sono stati importanti negli ultimi cinque-dieci anni. Un esperto (Alberto Ricciuti, La terapia di supporto di medicina generale in chemioterapia oncologica, FrancoAngeli 2006) stima che oggi, in Italia, ci siano un milione e trecentomila persone che convivono con una diagnosi di cancro alle spalle.
In Italia, come altrove, questi pazienti devono affrontare cure spesso dolorose, controlli angoscianti, e – in contesti ospedalieri – la progressiva emarginazione che si riserva a chi non ha più successi o guarigioni da offrire alla classe medica. Ma non pochi di questi pazienti vivono una vita più che accettabile, a volte – come nel caso di alcuni tumori alla prostata – morendo di morte naturale. E fuori d’Italia?
Fa il punto sulla situazione americana l’editoriale di Timothy E. Quill (Suicidal Thoughts and Action in Cancer Patients: The Time for Exploration is Now). In America, sono più esposti al rischio suicida tutti i maschi, di razza bianca, colti, in buone condizioni economiche, sopra i 65 anni. Per quanto riguarda il rapporto suicidio/cancro, valgono gli stessi fattori, più la presenza di alcune patologie tumorali particolari (polmoni, stomaco, orofaringe, laringe, in quest’ordine: che però è diverso in altre popolazioni europee).
In un altro studio (J Natl Cancer Inst 2006) emerge invece un elemento di rischio specificamente femminile: nelle sopravvissute ad un tumore mammario il rischio di suicidio è del 37% in più rispetto alle altre donne, e questo rischio persiste per almeno 25 anni dopo la diagnosi, cioè in una situazione di patologia guarita. Può darsi, notano gli autori, che il dato sia influenzato dall’uso di antidepressivi; la raccomandazione, per quel che può valere, è ovvia: seguire i casi più da vicino.
Altri dati “femminili” da meditare: in uno studio del 1996 effettuato dall’ American Journal of Epidemiology su quasi 25.000 donne canadesi, le donne (sane) che si sono sottoposte a una mastoplastica additiva hanno evidenziato nei 15 anni successivi un rischio di morte sensibilmente inferiore alla media (-32%), e un rischio di morte per suicidio sensibilmente più alto (+55%). Perché, non si sa. Salvo per il fatto, forse, che non si tocca l’uomo (o la donna) senza correre dei rischi.
I possibili aiuti? Il grado zero dell’aiuto oncologico è una adeguata rete di aiuti fisici, psicologici, farmacologici (le cosiddette cure palliative). I farmaci anti-dolore esistono, sono preziosi nella gran parte dei casi di tumore, e vanno usati, anche per eliminare una delle principali fonti d’angoscia per chi affronta la vita (o la morte) con un cancro.
Subito dopo, viene il lavoro sulla depressione: quella immediata, da diagnosi, quella ovvia, da invalidazione, ma anche quella a lungo termine, che è il primo predittore del possibile suicidio. Stanno affiorando adesso nuove figure professionali, come lo psico-oncologo, che possa prendersi cura del paziente canceroso anche dal punto di vista emotivo; ma è sicuramente al terapeuta di base che tocca “essere presente” alle esigenze del suo paziente, senza mai dimenticare che – secondo gli studi di JCL – il rischio si estende nell’arco di decine d’anni.
C'è un altro aiuto per chi è ancora – o rimane sempre - in discreta forma fisica. Un team di studiosi di Atlanta, in Georgia, ha scoperto che chi fa sport si suicida di meno: il rischio è -2,5 volte per gli uomini, e -1,67 volte per le donne.
Infine, la cosa più importante da ricordare per chi cura (come medico, come familiare, come amico) una persona “malata” o “guarita” dal cancro. Una persona con un tumore è una persona che sta affrontando un percorso umano incredibilmente difficile. Il compito del medico, e delle persone care, è stargli vicino: aiutandolo, ma soprattutto ascoltandolo. Una persona a noi carissima, medico e morto di cancro anni fa, ha lasciato agli amici l’unica parola che conta: “Abbiate rispetto”.
Gli studi sul rapporto cancro/suicidio sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Oncology Vol 26 n 29 (October 10) 2008 – Originally published as JCO Early Release 10.1200/JCO.2008.18.3129 on August 11 2008
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