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Il cancro e la voglia di morire: il problema di chi ci pensa da solo PDF Stampa E-mail
di Elena Speciani   
 
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Oggi è difficile aprire un giornale senza trovare raffinate discussioni (o moniti, o anatemi) su temi come i testamenti biologici, i suicidi assistiti, i referendum pro/contro l’eutanasia, o la liceità di “staccare la spina” a persone che sono in coma da decenni. Finché qualcuno va a controllare qualche dato e si scopre - a sorpresa - che in questo campo qualcuno sta praticando, senza molto clamore, un silenzioso ma efficace fai-da-te.

Una serie di studi d'alta qualità, pubblicati sul Journal of Clinical Oncology del mese di ottobre (Vol 26 n 29 October 10 2008 - JCO Early Release 10.1200/JCO.2008.18.3129 on August 11 2008) ha messo in evidenza un elemento strano e inaspettato. Il dato: il tasso di suicidi fra le persone malate di cancro è circa il doppio della percentuale standard. La sorpresa: i suicidi non sono specificamente legati alla diagnosi, o all'instaurarsi di condizioni vitali inaccettabili. Sono invece distribuiti sull'intero decorso post-diagnosi; sono presenti e frequenti, quindi, anche fra pazienti in remissione clinica (vedi: Zuger A., Cancer and Suicide: A Complicated Association).

Possiamo chiederci perché, e questa domanda così semplice apre campi di riflessione veramente profondi. La risposta classica (se sai di avere il cancro ti vien voglia di ucciderti) adesso appare semplicistica; tra l'altro, altri studi (Miller M et al., Cancer and the Risk of Suicide in Older Americans) hanno registrato che questa associazione vale solo per il cancro e non per altre patologie anche gravi e invalidanti (diabete, cardiopatie, malattie polmonari croniche).

Le condizioni di grave dolore, o deprivazione vitale, o difficoltà familiare, sembrerebbero l'imputato più ovvio; e invece i dati non vanno in questa direzione. Il nesso con la depressione clinica o con alcuni farmaci (antidepressivi, oppioidi) è stato considerato; esiste, e la depressione – il turbamento emotivo – viene considerato da altri ricercatori come l'elemento maggiormente predittivo dei pensieri suicidi (vedi Walker J et al., Better Off Dead: Suicidal Thoughts in Cancer Patients). Ma perché la depressione clinica dovrebbe insorgere anche quando la malattia tumorale è “sotto controllo”, magari a dieci o quindici anni di distanza dalla diagnosi?

Citiamo da Luigi Oreste Speciani, Di cancro si vive: “Una delle statistiche umane meno attendibili riguarda il suicidio. Per conseguirlo l'uomo si vale – più spesso che no – degli strumenti consueti del suo lavoro. I soli che vengono registrati appartengono invece al modulo tradizionalmente terrificante del tuffo dal ventesimo piano (..) o della pistola alla tempia”. E altrove (pag. 52) si citano le statistiche relative al suicidio fra i medici malati, che ovviamente dispongono di tutto l'immenso arsenale necessario per una morte dolce, senza scandalo (né contestazioni assicurative). “Per l'Inghilterra il tasso accertato di suicidio è nei medici maschi superiore del 225% alla media per le stesse età e classi sociali; più di 1 su 50 medici si uccidono”.

Dall'editoriale di Timothy Quill su JCO (Suicidal Thoughts and Action in Cancer Patients: The Time for Exploration is Now): “Ci sono importanti domande cliniche e di ricerca sollevate da questi studi, che probabilmente catturano solo una piccola frazione del fenomeno. I casi segnalati da Miller et al. si sono concentrati soprattutto su atti violenti e definiti chiaramente, ma molti malati di cancro gravemente malati hanno accesso a farmaci potenzialmente letali che possono prendere, da soli, in dose eccessiva. Spesso questi atti non vengono segnalati (perché infliggere un trauma addizionale alla famiglia?) oppure non vengono approfonditi (perché cercarsi guai?) dal medico che firma il certificato di morte, che può facilmente indicare il cancro come causa del decesso”.

E potremmo andare avanti. A parte i suicidi medicalmente assistiti (più o meno di nascosto) ci sono sicuramente infiniti casi di “suicidio mascherato”, dall'incidente d'auto all'assunzione “involontaria” di sostanze dannose. Insomma, quando si parla di statistiche suicidarie, la cautela è veramente la prima cosa da ricordare.

La medicina può fare qualcosa? Alcuni dati già esistono, infiniti altri sono da approfondire. Ne parleremo ancora.


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